Sicurezza

Intelligence Territoriale per la Sicurezza Urbana

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Vi è senza dubbio una differenza tra il semplice, spontaneo e naturale guardare, con una sistematica, attenta e profonda osservazione.
Osservare è come un vedere in maniera creativa, perché se osservi analizzi, pensi, crei, e produci risultati, poiché si attivano i sensi affinché ti diano una giusta descrizione di ciò che in quel dato momento si sta manifestando davanti ai tuoi occhi. Dunque otterremo una misurazione qualitativa e quantitativa del o dei fenomeni che stiamo – appunto – osservando. Non è un’azione e/o una attività innaturale dell’uomo, anzi ci torna facile apprezzare e comprendere questo passaggio ricordando il filosofo Bacone (8) «il compito dell’uomo è quello di osservare, raccogliere, scegliere, valutare e conservare».
Per cui abbiamo a disposizione uno strumento naturale che può rivelarsi più che utile per una “elaborazione conoscitiva” – come la descrive J. Massonat – quindi efficiente per una molteplicità di scopi, sfruttando l’elemento di ricerca. Osservare è raccogliere elementi, trovarne relazioni e inter-relazioni, ottenere una descrizione dettagliata e soprattutto qualitativa dei dati che attraverso gli occhi giungono all'analisi del cervello. Pensiamo a Galileo Galilei se non avesse utilizzato questo metodo, in qual’altro modo avrebbe ottenuto definizioni, misurazioni e così via di ciò che osservava; tra l’altro di questa metodologia non poteva farne un fondamento per la ricerca scientifica moderna, se non avesse prima sperimentato questa attività come strumento e metodo scientifico.
L’osservazione ci aiuta anche a dare genuinità all'informazione che cerchiamo e che in seguito dobbiamo analizzare; e quest’ultima non ci risulterà utilizzabile se prima non attraversa il processo osservativo, quindi si compensano entrambi nella circolarità delle sintesi teoriche, che un’attività del genere cerca e deve realizzare, attraverso i suoi paradigmi (difatti osservazione e informazione sono più intime tra loro più di quanto possiamo immaginare). La correlazione del metodo osservativo con le azioni che svolgiamo quotidianamente è così profonda tanto da interessare anche il “ragionamento” il quale sappiamo che si interfaccia costantemente, e soprattutto basilarmente, con la conoscenza e la comprensibilità e dunque ne diviene anche logica deduttiva – Hobbes la descrive addirittura come scienza se questa prodotta appunto dal ragionamento – e quest’ultimo costituisce un altro basamento per la costruzione di un’attenta osservazione.
Detto ciò possiamo sostenere che l’osservazione presume anche inferenza e questa «si accompagna al pensiero razionale affinché lo guidi verso il suo estendersi con chiarezza di idee e soluzioni» (9) e dunque il concetto ci è più chiaro dicendo che «osservare con deduzione di ragionamento» (10) produce una quantica e sistematica attività di conoscenza, attraverso un metodo e/o un processo cognitivo, oltre a proporsi come oggetto scientifico e filosofico e quindi attinente a quelle valutazioni che presumono realtà, logica e limiti del sapere, ovvero pragmatismo e indagine (11) su tutto quanto osserviamo.
Comprendere ciò che ci circonda in modo osservazionale determina anche il concetto di verifica, di certezza, di evidenza e dunque consente all’uomo di beneficiare di alcune funzionalità mentali che gli permettono la riflessione, il ragionamento (12). Non distante appare il pensiero del filosofo e scrittore Denis Diderot (13) da quello espresso dal sottoscritto, in quanto ben si pone nella seguente descrizione: l’individuo dispone di tre strumenti fondamentali per capire ciò che lo circonda, l’osservazione, la riflessione e l’esperimento. La prima unisce o trova correlazione tra i fatti, la seconda li combina insieme attraverso la comparazione e l’abbinamento, la terza invece verifica il risultato ottenuto dalle prime due attività (14), e dunque ci giova ricordare il pensiero di Diderot così come da lui stesso espresso: «Disponiamo di tre mezzi principali – per capire il mondo che ci circonda – l’osservazione della natura, la riflessione e l’esperimento. È necessario che l’osservazione sia assidua, la riflessione profonda e l’esperimento esatto» (15). Pertanto ci torna comprensibile come e attraverso quali strumenti possiamo ottenere risultati soddisfacenti nelle azioni che presumono osservazione e non semplice guardare.
Raccogliere le informazioni, compararle e abbinarle e da questo realizzare un ragionamento e una esposizione, produrrà quello che qui ci aggrada denominare “sintesi risuolutiva” la cui espressività la trova proprio nel creare, fare, e addirittura nella volontà.
L’ambiente che ci circonda è un contenitore inesauribile di informazioni e in una qualche maniera tutti noi le assimiliamo quotidianamente ma spesso, molto spesso, le sottovalutiamo, non le consideriamo per quello che in realtà sono e per quello che possono trasferirci sotto forma di conoscenza. «Ogni persona compie quotidianamente un numero molto ampio di osservazioni, che danno modo di conoscere, classificare, analizzare componenti diverse dell’ambiente umano e fisico che ci circonda» (16).
Perché osservare? Perché l’osservazione è un sistema per elaborare la conoscenza, andare oltre alle apparenze e alzare il livello delle capacità analitiche e descrittive delle informazioni che ci giungono dall'esterno. Altrimenti perché, sia l’osservazione che le informazioni, si sono insediate con il tempo in tutti i settori, le professioni e le attività che richiedono conoscenza per la loro funzione (17).
Se desideriamo dunque approcciarci ad un paradigma di ricerca per la sicurezza e la governance, non possiamo non considerare l’osservazione e le informazioni come un unico modello, sul quale instradare un progetto territoriale che tenga conto della fattibilità e dell’utilità della conoscenza. Tra l’altro specificando che l’osservazione (ne sono esempi gli studi fin’ora condotti anche nel settore della scienza medica) ha anche funzione informativa, apprenditiva, relazionale, espressiva, verbale e non verbale (18). In pratica dobbiamo qui assimilare l’osservazione come coinvolgimento (partecipazione pratica impegnata) e interazione (tra gli osservatori e ciò che osservano).
Dunque, lo scopo qui è prenderci licenza di traferire il concetto di Intelligence Territoriale in una accezione che comprenda tutte le metodologie, gli strumenti e gli attori utili per pensare, progettare e pianificare la sicurezza in tutta la sua multidimensionalità (criminologica, economica, culturale, sociale, ecologica, politica) ed estenderla anche verso una rappresentazione di governabilità del territorio.
La sicurezza come strumento necessario della vivibilità e del benessere delle città, la governance come disciplina del mantenimento e della gestione dei sopra detti contesti.
Ora pare chiaro che con questo non abbiamo detto nulla, ma prendiamo in esame i due aspetti, oggi sempre più necessari sia per la tranquillità delle comunità che per la difesa dei luoghi, e coinvolgiamoli in una sorta di teoria scientifica che guardi alla information technology, alla Open Source Intelligence, all'Internet of Thing e cosi via, ma senza abbandonare la componente umana per mezzo della Human Intelligence Investigation System. Quanto si pensi possa essere fattibile una teoria del tipo tecnico-gestionale-scientifico nell’adattare l’Intelligence Territoriale alla ricerca di nuove metodologie per la sicurezza? La risposta potrebbe essere: tanto, quanta audacia avremo nello sconvolgere totalmente, o quasi, i canoni fin’ora rispettati sui metodi produttivi di sicurezza, e dirigere le idee, i paradigmi e le teorie verso nuove prospettive di risoluzione dei problemi riguardanti, appunto, la sine-cura, intesa però nella sua estesa accezione.
Oggi concetti come sicurezza integrata, partecipata, attuata, sociale, individuale, aziendale e via discorrendo, non trovano come una volta, lo spazio necessario, sia politico che sociale, per instaurarsi in una organizzazione sia essa istituzionale che privata.
Anzi, spesso abbiamo visto diversi fallimenti di quella progettualità che si scontra con leggi, articoli e decreti, ma soprattutto con una cultura che stenta a farsi riconoscere, negli ambienti sopra detti, come necessità primaria per le comunità locali e per l’intera Nazione. Allora cosa fare (?) se non cercare nuovi sentieri da percorrere per produrre una “nuova metodologia di sicurezza” e un’attuale disciplina di governance dei territori, al fine di poter edificare concetti moderni per una antica necessità dell’essere umano.
In questo millennio le minacce (sia criminologiche che di qualsiasi altra natura) sono cambiate a fronte di quelle che conoscevamo fino a qualche decennio fa; pertanto anche la Sicurezza e l’Intelligence si sono adeguate o quanto meno stanno cercando di adeguarsi a metodi più efficaci per far fronte ad una criminalità variegata e multinazionale, ad un terrorismo che si globalizza sempre più, ad un evolversi di azioni illegali nonché ad una comune e gratuita delinquenza, che ogni giorno si manifesta nei territori. A questi vanno annesse tutte le problematiche inerenti alla sicurezza delle infrastrutture, agli eventi naturali, a quelli geologici e così via fino ad implementare nel concetto di prevenzione il mondo tecnologico, che sempre più si espande in tutte le cose che facciamo, dal semplice divertimento in rete alla più complessa attività di lavoro, che quotidianamente svolgiamo attraverso l’informatizzazione.
Abbiamo due importanti strumenti, che sono appunto l’Osservazione e le Informazioni, se questi verranno considerati come azioni primarie nell'attuazione dell’I.T., saranno idonei a procurare nuove metodologie di ricerca nell'ambito della sicurezza.
È su questi obiettivi che occorrerà dirigersi da ora in poi se e qualora desideriamo “inventarci” la sicurezza del futuro; trovare, sostenere e incentivare visioni strategiche che guardino verso spazi molto ampi, anziché considerare solo ed esclusivamente una dialettica, sulla necessità di sicurezza nazionale o territoriale, che lascia grandi margini dall'essere veramente considerata e culturalmente percepita in quasi tutti gli ambienti.

 

Note:

(1) ForumPA. it.
(2) Ibidem.
(3) Ved. Zeknowledge.com.
(4) Cfr. con ForumPA.
(5) Prof. Natale Ammaturo, UNISA.
(6) Jean Jacques Girardot, dottore in Economia dell’informazione, già docente presso l’Università di Franche-Comtè.
(7) J.J. Girardot: « L'intelligenza territoriale è un mezzo per ricercatori, attori e comunità territoriali per acquisire una migliore conoscenza del territorio, ma anche per meglio controllarne lo sviluppo. L'appropriazione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione e le informazioni stesse sono un passo indispensabile per gli attori di intraprendere un processo di apprendimento che consente loro di agire in modo rilevante ed efficiente. L'intelligenza territoriale è particolarmente utile per aiutare gli attori territoriali a proiettare, definire, animare e valutare politiche e azioni sostenibili dello sviluppo territoriale».
(8) Francesco Bacone (Francis Bacon) Londra, 22.01.1561 – 09.04.1626. Filosofo, sostenitore della “rivoluzione scientifica”.Si ricordano alcune opere: Sulla dignità e il progresso della scienza (1623); La sapienza degli antichi (1609). I saggi (1597).
(9) Glicerio Taurisano, Intelligence e Sistema di Informazione, Aracne Editrice, Roma, 2015, pag. 515.
(10) Ibidem.
(11) Ivi, pag.516.
(12) G. Taurisano. Op. Cit., pag.519.
(13) D. DIDEROT (1713 – 1784) Orig. 1753, Pensées sur l’interprétation de la nature – Testo cons. Pensieri sull'interpretazione della natura ai giovani che si dispongono allo studio della filosofia naturale, Introduzione, traduzione e note di P. QUINTILI per Armando Editore, Roma, 1996, pag. 54.
14) Per una approfondita lettura di questo tema si rimanda al libro Intelligence e Sistema di Informazione nella Repubblica Italiana, dello stesso autore, al capitolo V, pag.520.
15) Diderot, Op. Cit., pag. 54.
(16) Università degli Studi di Trento, Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive, L’Osservazione, Noemi Mazzoni, 2016.
17) Cfr. con G. Taurisano, Intelligence e Sistema di Informazione, Op. Cit., p.414.
18) Ved. mariafabiani.eu, pdf file.