Sicurezza

Macabra attrazione

La naturale attrazione verso l’altrui sofferenza rappresentata in televisione o osservata dal finestrino della propria vettura, trova la sua origine nella natura del genere umano, essa infatti è parte del nostro patrimonio genetico e si manifesta nella disposizione alla sopravvivenza tipica degli essere viventi.

L’abuso che i media esercitano  sulla inclinazione naturale ad osservare scene che interessano fatti di sangue, per soddisfare esigenze di audience, ne ha fatto nel tempo travisare il senso, facendola apparire come una semplice, immorale “morbosa curiosità” .

Sfruttando eventi di cronaca nera, (meglio se omicidi) che coinvolgono persone normali rimaste fino a quel momento invisibili all’interno della società, ed in ambienti di vita quotidiana come abitazioni, scuole, parchi pubblici, mettono in onda una serie di approfondimenti mirati non tanto ad analizzare l’evento in modo critico, ma tentando di trovare punti di connessione con gli spettatori, per consentire loro di identificarsi con la vittima o il carnefice.

Maggiore sarà l’identificazione con i protagonisti dell’evento proposto, maggiore attenzione verrà dedicata ad esso. Il rivedere oggetti o luoghi che possano essere ricondotti a colui che osserva, sviluppa nello spettatore una sensazione di coinvolgimento tale da indurre a pensare che possa accadergli la stessa cosa o che l’evento si possa ripetere con un altro protagonista,  stimolando in lui la produzione di diversi pensieri come:

Cosa avrei fatto io? Anche il mio vicino potrebbe fare questo? Come ne sarei uscito?

L’individuo per definizione è parte della società, esso si evolve per eredità biologica, costruendo la propria identità attraverso il contatto sociale, attraverso l’apprendimento e lo studio degli altri.

I bambini imparano a differenziare ciò che giusto da ciò che è sbagliato e quali comportamenti devono essere adottati nelle diverse situazioni, principalmente attraverso l’osservazione delle persone a loro vicine, primi fra tutti i genitori;  più stretto è il legame sociale, maggiore sarà l’influenza ed il coinvolgimento emotivo.

Il condizionamento esterno per il genere umano, risulta essere tanto forte da indurre le persone a provare sensi di colpa per atti compiuti da altri, portando alla luce il dubbio se si fosse potuto in qualche modo influenzare quel comportamento oppure al contrario avere la consapevolezza che è possibile influenzare a proprio favore il comportamento di altri.

Oltre a questo si deve considerare che il cervello umano è geneticamente programmato per fronteggiare autonomamente situazioni che mettano in pericolo l’incolumità dell’individuo. Ogni evento che abbia anche solo emotivamente pregiudicato la nostra sicurezza fisica, viene acquisito della nostra banca dati biologica e lì custodito fino alla fine dei nostri giorni; le informazioni che vengono interiorizzate sono infinite e una volta acquisite divengono parte integrante di noi stessi.

L’informazione interiorizzata andrà a comporre, divenendone parte integrante, la nostra rete di sopravvivenza, ed il nostro cervello ne farà un uso autonomo adattando ad essa i nostri comportamenti senza che noi ce ne rendiamo conto.

Quando una situazione che ci pone  in pericolo ci coinvolge direttamente, la biologia prende il sopravvento, attivando una serie di reazioni incontrollabili, dettate esclusivamente dalle informazioni precedentemente acquisite, lasciandoci spesso attoniti, stupiti, disorientati.

A causa dell’eccesso di pericolo e di stimolazione, la regolazione dell’eccesso emotivo, la moralità e la benevolenza vengono messe temporaneamente fuori gioco, sviluppando in noi desideri mai provati prima, come ad esempio il freddo cinismo che ci potrebbe spingere ad uccidere senza alcuna esitazione se messi nelle giuste condizioni. 

Le persone nel corso della loro vita subiscono traumi emotivi che ne condizionano il comportamento, non solo quando sono direttamente coinvolti dall’evento, ma anche quando vengono coinvolte persone a loro direttamente collegate come parenti o amici.

Si può quindi stabilire che nella maggior parte dei casi, assistere alla morte di qualcuno, vedere un cadavere, pezzi di un corpo o una persona gravemente ferita, è per la maggior parte di noi, traumatico.

Allora verrebbe da chiedersi perché il nostro cervello ci induce ad osservare tanto dolore, perchè la gente rallenta davanti ad un incidente stradale  osservando, protetta dal veicolo, con molta attenzione ciò che sta accadendo e quali esiti l’evento abbia provocato, nonostante sia socialmente riconosciuto che questo comportamento aumenta la possibilità di nuovi incidenti o peggio intralcia il lavoro dei soccorritori,  sia che debbano ancora giungere sul posto sia che si trovino già in operazione.

Il nostro cervello è programmato per prestare attenzione a qualunque evento possa rappresentare pericolo per l’uomo,   quindi inducendo il guidatore a rallentare davanti ad un incidente per osservare con attenzione l’accaduto, svolge una delle sue funzioni.

L’osservazione di eventi traumatici, come la morte o la visione del sangue ha il compito di attivare funzioni cognitive corticali che hanno l’ incombenza di acquisire ulteriori informazioni , indispensabili  per stabilire se anche noi stessi ci troviamo in una situazione di pericolo.

La distanza affettiva, tra il guidatore e le vittime dell’incidente o lo spettatore e la vittima dell’omicidio, riduce la possibilità di subire un trauma emotivo per colui che rivive con la sola vista l’accaduto; il cervello in questo occasione, acquisisce importanti informazioni sulla vita e sulla morte, in merito a  situazioni potenzialmente pericolose, senza esporre il corpo a nessun pericolo.

Immaginate di passare davanti ad un incidente e di osservare il corpo senza vita di un uomo, con lui non vi è alcun legame, non lo avete mai visto, non lo conoscete, osservate il suo corpo e nella vostra mente ricostruite la dinamica, vi dispiace ma la sua morte non vi tocca particolarmente, ma se durante il vostro passaggio, qualcuno infilasse nella vostra macchina quel corpo sconosciuto, come reagireste?

Venendosi a creare tra voi ed il cadavere una relazione diretta, sicuramente subireste una forte scossa emotiva, la vostra mente attiverebbe una serie di azioni atte a proteggervi; tuttavia non è sufficiente l’esposizione all’evento perché questo produca un vero e proprio trauma, devono infatti intervenire altri fattori.

Pertanto, di fronte alla morte altrui, prestare attenzione è un comportamento protettivo ed intelligente, automaticamente innescato dalla paura, anche quando questa emozione ancora non raggiunge la consapevolezza [kagan 1994].

Il nostro sistema di allarme si attiva prima che noi ce ne rendiamo conto,  ben prima di metabolizzare l’emozione consapevole della paura, attivando comportamenti definibili naturali prima ancora che il nostro corpo reagisca in modo consapevole ad una situazione di rischio.

Quindi rallentare davanti ad un incidente o osservare con attenzione la scena di un crimine è  la realizzazione di un preordinato comportamento di tutela: apprendere informazioni senza essere esposti al pericolo che esse rappresentano.

Vi è anche una seconda motivazione per spiegare questa attrazione verso il macabro, molto più attuale quando guardiamo un film dell’orrore o ascoltiamo una storia spaventosa; avere paura, sviluppa la produzione di adrenalina e questa entrando in circolo in grandi quantità provoca una piacevole sensazione.

Vi sono persone definite “sensation seeker” che sono “malate di adrenalina”, cioè che esattamente come i drogati hanno bisogno di sentire nel sangue la presenza di quella sostanza e sono alla continua ricerca del modo in cui  procurarsi la loro dose quotidiana.

Questo è il caso di persone che sfidano la morte, facendo sport estremi, inventando sempre nuove situazioni capaci di farli sentire vivi.

Assistere ad una scena macabra, può essere l’esigenza di acquisire informazioni utili alla nostra vita, ma anche rappresentare un morboso interesse verso il dolore, senza vivere direttamente le conseguenze che esso produce.

Ritengo sia difficile  stabilire dove si trovi il confine tra i due aspetti, ma credo sia importante comprendere le proprie reazioni, per limitarne i condizionamenti.