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Finanziamenti e terrorismo

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Il quadro normativo internazionale è ricco di misure e direttive per prevenire e contrastare il finanziamento al terrorismo. Ricordiamo, ad esempio: la Convenzione internazionale contro il finanziamento del terrorismo dell’8 dicembre 1999; le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ai sensi del capitolo VII della Carta; Le misure restrittive si sostanziano nel congelamento dei fondi e delle risorse economiche detenute da persone fisiche e giuridiche, gruppi ed entità specificamente individuati dalle Nazioni unite e dall’Unione europea (soggetti “designati”); tali misure, impiegate anche per contrastare l’attività dei paesi che minacciano la pace e la sicurezza internazionale, trovano fondamento normativo nel d.lgs. 109/2007. O ancora la risoluzione 2133(2014) , richiamando gli obblighi degli stati membri di prevenire e contrastare gli atti di finanziamento del terrorismo, condanna apertamente l’uso del rapimento, anche a scopo di pagamento del riscatto di cui, direttamente o indirettamente, possano beneficiare i terroristi.

 

 

In Italia spetta, dunque, al Comitato di sicurezza finanziaria (Csf), presieduto dal Direttore Generale del Tesoro, monitorare l’attuazione delle misure di congelamento, rilasciare deroghe al congelamento, nonché proporre agli organi competenti delle Nazioni unite e dell’Unione europea i nomi di soggetti o entità sospettati di terrorismo ai fini della loro designazione.

 

Questo però, altro non è, che mera normativa priva di base politica e fondamenti comuni. Dopo ogni riscatto, torna puntuale la polemica se sia corretto o meno, accettare le condizioni imposte dai sequestratori.

Lo schieramento che ne esce è quasi sempre ideologico: utenti orientati al nazionalismo che gridano allo scandalo, contro utenti liberali che mettono al centro di tutto il valore intrinseco nella vita di un essere umano.

La situazione, come sempre, è molto di più complessa di questo semplice bipolarismo.

 

Partiamo in primis da una base etica. Secondo Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, “per alcuni paesi il rispetto della sacralità della vita non può prevalere sulla tutela della sacralità dello Stato, in quanto garante non solo del bene del singolo, ma di quello dell’intera comunità. Piegarsi alla logica illegale di una richiesta di riscatto lede questa sacralità, va contro l’interesse generale e non può essere mai giustificato. A parere di altri invece, la vita costituisce un bene supremo che prevale su ogni altro valore poiché è nella sua tutela che si incarna la sacralità dello Stato; la logica illegale del riscatto va respinta, ma ciò non cancella il valore primario della vita individuale”.

 

Giunge a questo punto un secondo aspetto. Meglio la salvaguardia immediata di una vita? Oppure l’ipotetico (anche se probabile) utilizzo improprio che verrà effettuato con il pagamento del riscatto?

Si tratta della cosiddetta “rule of rescue”, la regola del salvataggio. Abbiamo, istintivamente, una maggior propensione nel desiderare il salvataggio di una persona specifica in pericolo rispetto a rischi ben maggiori, a cui però non è possibile associare un’identità precisa. Siamo incapaci di provare empatia per eventi futuri che non hanno ancora una definizione precisa. Siamo di fronte ai classici dilemmi etici.

La storia si complica e si unisce anche con aspetti economico-strategici.

 

Fino a quando siamo in grado di seguire i flussi di denaro derivanti da accordi commerciali con Stati “vicini” il terrorismo? Quanto siamo in grado di garantire che Paesi nostri partner non siano eccessivamente coinvolti con finanziamenti ambigui ad associazioni “border-line”?

Vi è inoltre un altro aspetto spesso criticato. Quando è lecito pagare un riscatto?

Dipende dalla natura dell’attività del soggetto? Un volontario merita il pagamento? Un missionario? Un militare? Un villeggiante?

Ci sono Paesi, pochi a dir la verità, che sono notoriamente contrari al pagamento di alcun riscatto (es. USA). Tuttalpiù preferiscono la via militare del recupero coatto, se possibile. Con l’ovvio rischio di sacrificare non più una sola vita bensì molteplici. Sempre per il bene comune della salvaguardia della Comunità.

E’ pur vero però, al motto del “non si tratta con i terroristi” si oppone il “no one left behind”, nessuno può essere lasciato alla propria sorte sul campo di battaglia.

 

Nel nostro Paese quale potrebbe essere una soluzione? Innanzitutto, politica. Non ha alcun senso polemizzare (anche brutalmente ed immotivatamente) ad ogni liberazione di ostaggi. Bisogna avere un chiaro programma da delineare nelle sedi parlamentari con il coinvolgimento dell’opinione pubblica e dell’elettorato.

Riteniamo che la vita umana valga più di ogni cosa? Allora siamo tutti d’accordo, senza polemica, nel pagamento di qualsiasi riscatto.

Riteniamo che nessun finanziamento debba essere effettuato e, quindi, la collettività ha la priorità sul singolo? Allora che sia chiaro a tutti, Stati Membri e non, che l’Italia adotta il modello statunitense. A prescindere da chi sa il rapito (soldato, vacanziere, bancario, prete, operaio)

Adottiamo un modello “ibrido”? Ovvero salviamo solamente chi merita di essere salvato? Qui, purtroppo, entrano in gioco aspetti morali dai quali difficilmente ne potremmo uscire in maniera univoca ed impeccabile.

 

Altri ancora propongono liberatorie da sottoscrivere nel caso in cui ci si rechi in zone a rischio. Una sorta di assicurazione che comprometterebbe il funzionamento della solidarietà e del volontariato. Attività che inevitabilmente ricadrebbero su militari e funzionari presenti in loco. Giusto? Sbagliato?

 

Non dimentichiamo però che le azioni di intelligence sono, per loro stessa natura, non ortodosse. Follow the money, affermano spesso gli Stati Uniti. Non sarebbe auspicabile che, seguendo il flusso economico, si potessero scovare e smantellare cellule ben celate?

 

Fonti
https://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/2133(2014) 

https://www.un.org/en/ga/search/view_doc.asp?symbol=S/RES/2161(2014)

http://www.dt.mef.gov.it/it/attivita_istituzionali/prevenzione_reati_finanziari/contrasto_finanziamento_terrorismo/

https://www.limesonline.com/e-giusto-pagare-un-riscatto-per-gli-ostaggi/73920