Intelligence

Un programma nazionale di ricerca per il futuro della Policy Decision.

   Ogni Paese ha il suo lecito interesse di crescere e svilupparsi, di espandersi economicamente e di crearsi presupposti decisionali nei contesti politici mondiali. Fino alla prima metà del secolo scorso questo tipo di attenzione era accorpato anche all'interesse espansionistico geografico, territoriale: accrescere la propria presenza in altre nazioni occupandone il potere deliberativo direttamente, oppure attraverso Governi c.d. fantocci o creati ad arte e conservando così il potere su quell’area. 
In questo nuovo secolo, dove le guerre restano guerre ma combattute in modo “estremamente” diverso, la politica espansionista non è cambiata, ovvero, si è ulteriormente accresciuta nella sua propensione verso l’interesse economico dell’altrui nazione. Sia esso da conquistare, per ampliare il proprio contest nei panorami della globalizzazione o da azzerare, per definire altrettanti presupposti e indicatori di crescita controllata.

 

 

Se vero è che di guerra trattasi allora perché non schierare le proprie difese? Perché non predisporsi altrettanto in una posizione d’avanguardia piuttosto che di riflesso compiacimento verso i problemi nazionali e verso le soluzioni più difficili? Perché non dare un nuovo ordine alle cose della Nazione? Di cosa abbiamo bisogno qui, in Italia, per poter ritornare a manifestare la sacralità dell’identità nazionale? Unitamente alla libertà di pensiero del nostro Paese di fronte alle soluzioni, direttive o addirittura ordini che ci vengono dettati dall’alto delle cattedre presiedute da princeps dominus dell’oscuro medioevo? Forse viviamo in un epoca la quale non ha avuto tempo di presentarsi, ne di essere anticipata da qualche evento che ci avrebbe dato la possibilità di presupporre cosa ci aspettava al di là dell’antropologiche idee che le Nazioni sarebbero restate tali nella loro autonomia, specialmente economica e produttiva, senza paragonare cosa significasse restare fuori da parametri decisionali mondiali o cosa vuol dire esserci dentro con poteri politici e diplomatici ridotti al mino indispensabile (perché vi è qualcun altro a decidere per te, per il tuo paese, per il tuo popolo). Ad esempio gli USA, attraverso il National Global Trend cerca (e a volte si riesce) di dare risposte avanzate e teoricamente utili alla prevenzione sugli scenari futuri. Dico cerca, poiché quanto reso pubblico di volta in volta da tale documento pare che puntualmente si verifica come per magia. Ciò è presto individuabile nella ovvia interpretazione che spesso prevedere è anticipare quello che si farà e non quello che avverrà nella probabilità (sic!). Detto ciò, che il documento abbia oppure no la sua valenza (nota che chiamasi National Global Trend ma disegna scenari futuristici internazionali, a volte addentrandosi in materie specifiche di stati e governi) è cosa che resta ai Governi decidere, sia sulla interpretazione che sul predisporsi in modo tale da scongiurare condizioni probabili che potrebbero verificarsi. Tuttavia e a prescindere, detta analisi, costituisce un apporto occorrente più all’indirizzamento “pilotato” dei Paesi verso una programmata sintesi di governance piuttosto che un strumento idoneo allo scongiurare eventuali situazioni di crisi. Sarà un archetipo del mal pensare o un idea richiamante alla follia della fantapolitica, ma resta fermo che se qualcosa o qualcuno ci indica come sarà il nostro futuro, abbiate certezza che in un modo o nell’altro il nostro sub inconscio lavorerà e ci predisporrà ad un comportamento molto vicino alle ipotesi dapprima suggeriteci. Anche l’OCSE si è cimentata nello studio Future Global Shocks – Improving Risk Governance, inerente agli shock economici globali, ovvero stabilità e crescita economica degli Stati. Quindi una sorta di documento per individuare strategie gestionali, previsionali e di contrasto. Inoltre non manca l’ONU, (attraverso il proprio team intergovernativo di esperti) che si è interessata allo studio climatico, pubblicando Special Report on Renewable Sources and Climate Change Mitigation. E per non essere ultima, l’Europa di tanto in tanto sfoggia dati inerenti a delle, non comprensive, analisi previsionali ed eventuali accorgimenti da prendere. Quindi da più parti e per le materie più varie vi sono delle indicazioni (previsioni?) che vengono elaborate e disseminate nel mondo. Per quanto riguarda l’Europa però, intanto l’area Euro restava (dati 2013), e forse ancora lo è, impaludata nella recessione e attualmente di tanto in tanto sembra ammalarsi di inconsistenza economica (Paul Krugman e tanti altri premi nobel all’economia probabilmente non hanno tutti i torti); il livello occupazione scende vertiginosamente e l’economia europea è sempre più simile ad un salvadanaio personale per alcuni Paesi piuttosto che disponibile per la Comunità Europea. Allora ben fanno gli statunitensi con il loro fatal book delle previsioni, se tanto ci tanto …! Meglio quindi attrezzarsi per il disobbligo da un probabile annientamento economico; anche se qualcosa negli USA pare non abbia totalmente funzionato su questo argomento; gli Stati Uniti, parere personale, sono alla stessa stregua dell’Italia (abbiamo ne è vero un forte legame) e sembra ricevere la stessa dose di antipatia (da parte di altre nazioni) che riceve l’Italia, ultimamente apre anche in modo palese. Che si tratti, quindi, di scenari futuristici inerenti al sociale, all’economia, al clima, e quant’altro ( anche se può sembrarci uno scenario costruito) resta ferma però che l’intenzione di predisporsi in maniera pensante totalmente in modo strategico, e quindi previsionale, può giovare al sistema e alle condizioni di uno Stato, di una Nazione, di una Società. Abbiamo quindi orientamenti verso soluzioni globali e per lo più inerenti, come già detto sopra, ad eventuali programmazioni guidate (piuttosto che previsioni fornite da attente ricerche, idonee alla prevenzione di fatti e situazioni che, a seguito dello studio e della valutazione, dovrebbero indirizzare gli Stati verso le vie e le soluzioni atti a far si che quanto previsto non abbia a verificarsi per attiva funzione della capacità, prima previsionale, poi decisionale e in seguito gestionale - risolutiva) e ciò produce quei status di inadeguatezza e di insussistenza nelle reali condizioni decisionali della globalizzazione, così com’è oggigiorno: una espansione, un integrazione che ancora non si è del tutto capita come funziona, a chi serve, chi ne beneficia, chi sono i reali detentori delle decisioni, eccetera, ma sembra abbia l’unico scopo di far orientare le decisioni dei governi verso quanto già stabilito precedentemente. L’Italia, in un certo qual modo, nel suo ristretto spazio e per lo più da parte di isolati stuntman coraggiosi e tra l’altro inascoltati, ha cercato di dare qualche contributo in tal senso, ovvero su analisi strettamente nazionali e di interesse esclusivamente riguardante le condizioni e le strategie da scegliere per non retrocedere giorno per giorno, lasciando spazio a coloro i quali da anni ormai hanno deciso che il nostro Paese (strategica posizione geografica in prossimità dell’area mediterranea “carpe diem”) sia da annientare economicamente, produttivamente e forse chissà anche socialmente (?) Ritornando però al global trend, al di la delle analisi statistiche e previsionali che ci offre sul tema della popolazione nel 2030 e delle condizioni in cui verseranno alcuni Paesi: conflittualità, armi nucleari, sviluppo tecnologico e scientifico, corsa agli armamenti da parte di paesi non democratici (i c.d. stati canaglia) impoverimento, problemi di cibo e di acqua, etc. cose che si riaffacciano, dopo le prime pubblicazioni governative americane, sullo scenario futuristico del mondo, vi è una condizione prevista, un dato che è accertabile sin da ora e che non lascia margine di dubbi, l’espansione del potere! Ovvero, quella (non tanto volontaria) condizione che si verifica quando gli Stati – propriamente detti avanzati e sviluppati – tralasciano o ancor peggio non hanno ipotizzato il mantenimento e la difesa dello status economico, sociale, tecnologico e scientifico del proprio Paese, lasciando ad altre Nazioni la possibilità di avere potere decisionale su altre Nazioni. L’Italia ne sa qualcosa. Le conseguenze di tale condizione sono più che palesi ma con un aggravio nel panorama della sicurezza nazionale, dove i sopra indicati values costituiscono per il prossimo futuro (ma già ora) la contrapposizione a qualsiasi generis di sviluppo e/o di mantenimento per la progressiva perdita nei comparti dell’ economica, dell’ industria e della tecnologia. Saremo quindi esclusi da qualsiasi gara ma ancor peggio da qualsiasi contesto di potere e di decisione nel quadro politico mondiale. Cosa ci ha ostacolato sin ora? Senza dubbio, un maggior ascolto alle informazioni prodotte dal nostro Sistema di Intelligence e una corretta ed intensa capacità previsionale deputata esclusivamente alla difesa della nostra Nazione, avrebbe costituito una più forte presenza nel contesto risolutivo e di conseguenza in quello organizzativo, piuttosto che farci trascinare, come tanti altri paesi, nelle erudite previsioni programmate da chissà chi [..!..] Siamo il Paese della Cultura e della Scienza ma ci manca una cosa fondamentale: l’erudizione verso la cultura e la scientificità nel saperci difendere nel XXI secolo per mezzo delle analisi previsionali e soprattutto decisionali da parte politica, dove quest’ultime hanno avuto un ruolo centrale nella sopra descritta criticità. Ci manca la ricerca in tal senso, ci manca il contributo laico, fondamentale e qualitativo, che sappia generare presupposti, condizioni e fulcri operanti nella assoluta scienza previsionale, effettuata attraverso una seria ricerca e un intenso valutare le informazioni disponibili in Osint (e non solo) al fine di simulare scenari futuristici che potrebbero nuocere alla nazione e quindi cercare risoluzioni sopra le soluzioni al fine di predisporsi nella difesa omogenea sia del Paese che delle politiche verso il vicinato. Nell’essere pienamente d’accordo che, nemo propheta in patria, altrettanto vero è che la Patria (per quanta incredulità e sorpassata ideologia possa causare questo sentimento nell’epoca moderna) ha bisogno dei suoi sostanziali elementi difensivi in una molteplicità di intenti e di temi internazionali sull’aspetto del progresso e della multi uniformità economica che si è andata profilando sulla base, appunto, della globalizzazione, ma che a quanto sembra ha creato e creerà seri problemi gestionali interni per alcuni Paesi. Il processo di globalizzazione, seppur il più delle volte è inteso come scambio del mercato economico e finanziario, pretende invece, per una sana alacrità del suo esistere, un interscambio di servizi, beni, tecnologie e informazioni (nota bene, Informazioni) dove quest’ultime giocano in un ruolo fondamentale per le analisi previsionali, strutturali e di progresso sui precedenti vincoli, ridimensionando il potere degli Stati poiché questa condizione riduce il processo decisionale e soprattutto di controllo organizzativo e distributivo delle forze produttive (Cfr., Massimo L. Salvadori, Democrazie senza Democrazia, Edizioni La Terza, 2009) ma riduce e minimizza anche la possibilità di sicurezza nazionale, dato l’interscambio che oggi vi è tra una nazione e l’altra su diversi aspetti logistici, strategici e informativi. L’Italia deve, ipso facto, elaborare il suo progetto previsionale sugli scenari futuri, farlo attraverso la conoscenza della sua storia e anche dei suoi errori politici, per mezzo della cultura e delle istituzioni, deve, la nostra Nazione riscoprirsi nella propria identità rifiutando qualsiasi nozione aprioristica di destabilizzazione sociale e politica, condizione questa che assume sempre più una figura centrale nella nostra comunità, ma poco si fa per contrastarla a beneficio della tanto assurda definizione “tanto il mondo è cambiato”; deve altresì valutare una seria intenzione di progettare ed avviare una sana ricerca sulla Policy Decision arricchendola di studi pluridisciplinari e di una più intensa attività intelligence, ma soprattutto di ascolto politico verso le produzioni informative che il Sistema di sicurezza nazionale produce. In sostanza, questa dell’era globalizzata appare più come l’epoca in cui le Nazioni devono sfoggiare le proprie astuzie per la sopravvivenza; il fascino dell’interscambio, della moneta unica, della internazionalizzazione, della grande nazione, chissà all’inizio, probabilmente, da parte di chi ha generato questa idea vi era un sano principio, forse; ma non oggi, dove la guerra mondiale combattuta nelle battaglie della cibernetica, dell’industria, dell’energia, della tecnologia e della economia, non presume alleati né ipotetiche tregue poiché qui ormai, si voglia o no, trattasi di conservazione e sopravvivenza, di subordinazione o meno ad un potere più forte e deciso, di anime politiche – decisionali senza scrupoli e di più, molto ambiziose … to be continued (perhaps)