Intelligence

Fallimenti strategici e azione preventiva

Fonte: sicurezzanazionale.gov.it
“La ragione per cui non abbiamo previsto l’attacco a Pearl Harbor non è la mancanza di informazioni rilevanti bensì l’eccesso di quelle irrilevanti”. Scriveva così negli anni ’50 Roberta Wohlstetter, storica e analista militare statunitense, nel suo importante studio sul fallimento dell’intelligence americana nell’anticipare l’attacco alle basi navali del Pacifico da parte delle forze armate giapponesi.

Pearl Harbor: Warning and Decision, la cui pubblicazione venne autorizzata solo nel 1962, è generalmente considerato come il primo, fondamentale, saggio di quella pregiata branca degli studi di intelligence che si occupa dei fallimenti dei Servizi segreti e in particolare dei fallimenti connessi agli attacchi militari a sorpresa e di livello strategico.

Nel corso della Guerra Fredda, infatti, un nucleo di storici e politologi, soprattutto statunitensi ma anche britannici e israeliani, si è dedicato all’esame dettagliato di alcune importanti operazioni militari sviluppando un’interessante e utile letteratura sull’argomento. Concetti, a esempio, come “capacità” e “intenzione”, “inganno strategico”, “denial and deception”, fondamentali per l’operatività dell’intelligence, nascono o vengono sviluppati e affinati proprio nell’ambito degli studi sui fallimenti dei Servizi segreti. La stessa ben nota tecnica analitica che va sotto il nome di “Indications & Warning”, strutturata su indicatori chiave e d’allarme, si consolida dagli anni ’60 in poi soprattutto tramite l’analisi di un vasto numero di case studies di fallimenti, sia tattici che strategici.

Non solo l’attacco a Pearl Harbor, quindi, ma anche l’Operazione Barbarossa, l’attacco a sorpresa tedesco contro la Russia nel 1941 o il conflitto arabo-israeliano dello Yom Kippur (1973) sono stati oggetto di ricerche e analisi al fine di identificare, da un lato, i limiti e gli errori dell’intelligence, incapace di lanciare con sufficiente anticipo un allarme preventivo (warning), dall’altro, i punti di forza degli aggressori, capaci, viceversa, di realizzare con successo un attacco a sorpresa implementando operazioni militarmente complesse in modo più o meno occulto.

In pieno confronto tra la NATO e il Patto di Varsavia risultava, infatti, di vitale importanza mettere a punto un efficiente sistema di early warning in grado di prevenire sia attacchi convenzionali che nucleari, migliorando le capacità dei Servizi di intelligence e riducendone il margine di errore attraverso un serio processo di apprendimento e di individuazione delle “best practices”.

Dagli anni ’80 il campo di studio si è poi progressivamente ampliato passando dall’analisi dei soli fallimenti connessi ad attacchi militari allo studio delle c.d. “sorprese strategiche” non collegate ad attacchi armati, episodi come la Rivoluzione iraniana del 1979 o la crisi dei missili di Cuba del 1962 nei quali i Servizi segreti non sono riusciti a informare correttamente il decisore politico-strategico.

Infine, dopo l’11 settembre del 2001, lo studio si è focalizzato sui fallimenti dell’intelligence nel contrasto al terrorismo ovvero sui casi nei quali i Servizi di sicurezza non sono riusciti a sventare complotti terroristici con gravi danni alla sicurezza nazionale.


 

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