Intelligence

NO Tav e Intelligence

 

La Relazione in commissione Affari costituzionali alla Camera del capo della Polizia Antonio Manganelli ha posto l'enfasi da un lato sulla necessità - da parte della legislazione italiana antiterroristica - di aggiornarsi tenendo conto della struttura reticolare-Deleuze e Guattari direbbero più propriamente molecolare-della galassia anarco-insurrezionalista Anche la nostra legislazione sul terrorismo, che per molti versi gli altri paesi considerano un modello, in relazione al fenomeno dell’anarcoinsurrezionalismo ha qualche buco e dall'altro lato ha sottolineato - alla luce dei numerosi report della Digos e dei Ros - come l'antagonismo anarcoinsurrezionalista sia un fenomeno alimentato da persone che hanno imparato a strumentalizzare i movimenti, intervengono su tutti i temi con una capacità anche guerrigliera.

Arrivano nella città delle manifestazioni vestiti in un certo modo, vi partecipano vestiti in modo diverso, non si lasciano identificare con persone con precedenti. E fermarli lungo la strada significa non trovare loro addosso armi, benzina o altri oggetti, che invece trovano nelle sedi di arrivo: nel centro sociale Askatasuna a Torino e Acrobax a Roma. Di particolare significato sono le relazioni internazionali che si sono andate progressivamente formando tra l'antagonismo anarchico e quello greco Gli anarchici italiani hanno aderito al patto di Atene con le Cellule della cospirazione di fuoco greche che hanno proposto di formare un network internazionale per fare azioni violente antisistema (..)

La Fai (Federazione anarchica informale) ha aderito alle Cellule della cospirazione di fuoco greche che ha proposto di formare un network internazionale per fare azioni violente antisistema. Le tesi formulate da Manganelli trovano- come è naturale che sia- un'ampia e documentata conferma nei report della intelligence italiana .Sia sufficiente, a tale proposito, porre la nostra attenzione sulle analisi compiute nel 2006 dalla Rivista Gnosis ,la rivista ufficiale dell'AISI. In primo luogo veniva sottolineato come Un ruolo non indifferente, nella protesta della popolazione valsusina, fortemente deteminata nell’opporsi alla TAV, è stato svolto da settori dell’oltranzismo antagonista, come dimostrano i dati relativi alle denunce per i disordini, riguardanti, in una consistente percentuale, appartenenti all’Autonomia e all’anarcoinsurrezionalismo .

In secondo luogo,il report evidenziava la esplicita volontà strumentale da parte della galassia anarcoinsurrezionalista Delusi dall’evoluzione negativa, sotto il profilo della ‘rottura rivoluzionaria’, dei più recenti movimenti contestativi ‘di massa’, quello ‘no global’ che, dopo l’esplosione iniziale, è stato progressivamente assorbito nell’ambito dei Social Forum, e il ‘no war’, dimostratosi incapace di ‘radicalizzare’ la campagna ‘antimilitarista’ e ‘antimperialista’, tali settori hanno visto nella mobilitazione compatta di una popolazione determinata a ‘difendere il proprio territorio’ dal ‘nemico’, un terreno favorevole allo sviluppo di una conflittualità che dalla dimensione locale passasse a quella generale e che da ‘resistenziale’ si tramutasse in ‘offensiva’. Fra i principali protagonisti il report evidenziava la funzione asseritamente propulsiva e per certi versi ‘canalizzatrice’ della protesta svolta da Centri Sociali e collettivi antagonisti che si sono identificati con la mobilitazione no TAV, l’hanno resa propria e propagandata come attività di ‘resistenza’ - assimilandola nostalgicamente a quella antifascista della II Guerra Mondiale e giudicandola un evento ‘storico’ - al fine di attribuirle connotati di lotta di classe.Si legge in una riflessione contenuta in un libro realizzato da un Centro Sociale particolarmente impegnatosi rilevando la possibilità-realizzatasi poi ampiamente- di una progressiva legittimazione di modalità di lotta radicali.

In terzo luogo,sotto il profilo storico,il report volgeva la propria attenzione -sotto il profilo geografico-alla Toscana dove -fra gli anni ottanta e novantafioriscono le Cor (Cellule di offensiva rivoluzionaria), nascono movimenti che si rifanno all’ideologo Bakunin, si intrecciano azioni isolate. Qua, in provincia di Massa, vive la moglie di Marco Camenisch. Qua, a Bagno a Ripoli (a due passi da Firenze) fino al 1995, viveva Alfredo Maria Bonanno, l’ideologo dei «gruppi di affinità». Di particolare significato è stata l'azione antagonista posta in essere da Azione Rivoluzionaria I militanti dell’area anarco-libertaria più oltranzista, prendendo atto dei caratteri di forza espressi dal Movimento e facendo riferimento alle elaborazioni culturali del situazionismo e della Raf (Rote Armee Fraktion), danno vita a questo tipo di organizzazione. I suoi dirigenti sono Gianfranco Faina e Salvatore Cinieri.Nascono i «gruppi di affinità», teorizzati in prima battuta dal Bonanno, «dove i legami tradizionali sono rimpiazzati da rapporti profondamente simpatetici, contraddistinti da un massimo di intimità, conoscenza, fiducia reciproca fra i loro membri». Una sorta di “comune” ristretta che ricorda il modus vivendi di certe organizzazioni mafiose - le famiglie siciliane, le ’ndrine calabresi - dove il livello di autocontrollo viene spinto al massimo.

In quarto luogo le analisi del Prefetto di Firenze Gian Valori Lombardi del 2004 costituiscono,secondo l'AISI,una lucida diagnosi della situazione Il cambiamento genetico del più recente fenomeno eversivo trova un fertile humus e prospettive di sviluppo. I colpi inferti dall’attività investigativa e giudiziaria all’organizzazione delle Brigate Rosse, il rinvenimento della cospicua documentazione contenuta nel covo brigatista di via Montecuccoli, in Roma, l’arresto di Nadia Desdemona Lioce, per i noti fatti accaduti nella provincia aretina, hanno consentito un graduale, progressivo ed incisivo scompaginamento del gruppo eversivo, agevolato anche dalla recente collaborazione con la giustizia della brigatista toscana Cinzia Banelli.(..)gli spunti investigativi hanno anche evidenziato che talora tra formazioni eversive e alcuni movimenti o gruppi esiste un qualche possibile collegamento.Tali gruppi esistono anche in Toscana ove, rispetto al passato, se ne registra una maggiore presenza. Nell’estrema sinistra vi sono movimenti antagonisti e centri sociali autogestiti. (..)Sono, inoltre, attive numerose formazioni anarchiche (con la storica presenza nelle zone di Massa e di Carrara) e taluni gruppi che difendono -talora con azioni violente - specifici valori, come ad esempio la tutela degli animali (animalisti).

Tali movimenti riescono ad affermarsi anche con una caratterizzazione localistica, che tende anche a differenziarsi da analoghi movimenti nazionali. Si pensi, ad esempio, alla provincia di Arezzo, dove alcuni gruppi, insoddisfatti dei partiti tradizionali, cercano di attirare e dare espressione al disagio giovanile, agli ideali umanitari, ambientalisti ed ecologisti.In altre aree geografiche, quali ad esempio Pisa, si registra la nascita di nuove formazioni tendenzialmente eversive. In uno scenario di probabile contiguità con le B.R., trovano espressione e corpo alcuni gruppi che mostrano spiccate simpatie verso le dottrine rivoluzionarie ed eversive.

I vari atti terroristici, verificatisi in quest’ultimo periodo nel territorio pisano, a danno di sedi di partiti, di associazioni sindacali, di sedi della stampa locale, di agenzie interinali e di esponenti politici e sindacali locali ne costituiscono una emblematica riprova. Allo scopo di avvalorare la legittimità delle analisi poc'anzi menzionate riteniamo utile riportare per interno due documenti tratti dal sito Anarres-legato alla FAI di Torino-e un volantino - di cui indichiamo il link di riferimento http://www.federazioneanarchica.org/immagini/manifnopas.jpg - che mostra con estrema chiarezza l'esistenza di relazioni assai strette tra l'antagonismo anarchico torinese e quello greco. Documento n.1 sabato 25 febbraio si svolgerà una marcia No Tav da Bussoleno a Susa. Il percorso è quasi il medesimo del 16 novembre 2005, quando lo sciopero generale paralizzò la Valle Susa.

Da allora il ritmo della lotta è cambiato molte volte, attraversando molti valichi difficili, salite erte erte, discese a precipizio.Nel 2005 tutto era nuovo, facile come la scoperta della vita che si apre, difficile come ogni volta che si fa qualcosa di non saputo. Aurorale. Si vinse e non si credeva che fosse vero, si vinse di slancio, gettando il cuore oltre l’ostacolo e trovandosi poi in tanti a fare la strada giusta. Se si fosse ascoltato il cuore, quel cuore che batteva al ritmo della lotta popolare, dopo la rivolta del dicembre, non ci si sarebbe fermati. Cominciava il walzer delle poltrone: il movimento ha detto “no” agli amministratori che volevano il tavolo di trattativa offerto da Berlusconi. Ma dire “no” non basta. Bisognava restare in strada, non mollare: il governo aveva paura delle barricate, dei blocchi, della gente che spontaneamente aveva risposto alla violenza e all’occupazione militare.Dopo sei anni, di tavolo in tavolo, il gioco degli inganni è andato avanti, tra walzer e giravolte, per logorare, sedurre, comprare. A maggio la parola è tornata alle armi. Quasi dieci mesi di lotta, giorno dopo giorno, notte dopo notte.Ci sono state le giornate di resistenza, i cortei, assemblee e mille incontri, cibo condiviso, la solidarietà di uno sguardo scambiato a metà notte mentre ci si incrocia su per il sentiero, tra un turno di guardia e l’altro.

Ci sono stati i cortei dei tutti quanti e le giornate alle reti. Le botte, gli arresti, i gas che mozzano il respiro, la violenza dei media scatenati. Hanno provato a dividerci ma non ci sono riusciti. I buoni e i cattivi, gli ingenui valligiani e i guerriglieri venuti da fuori, quelli con la bandiera e i black bloc sono rimasti incastrati nelle penne malevole di certi giornalisti. A dicembre un corteo di tutti quanti, aperto dai bambini, ha bloccato dell’autostrada per oltre 14 ore. È stato un passaggio importante. Gli attivisti di tutti i giorni ci hanno creduto poco, attratti magneticamente dalle reti della Val Clarea, dal catino militarizzato predisposto dallo Stato per dare la propria prova di forza. La gente invece ci ha creduto. Lo ha sancito in assemblea e lo ha realizzato con semplicità e determinazione l’8 dicembre.Un primo passo di un sentiero che bisognerà allargare nei mesi a venire. Il governo ha scelto con cura il luogo dove sferrare l’attacco e aprire una guerra di posizione e di logoramento: una zona isolata, difficile da raggiungere, dove si può gasare come in guerra e poi raccontare che i No Tav sono violenti.Hanno dimostrato di aver imparato la lezione del 2005. Hanno puntato sui gas e le recinzioni.

Un procuratore di stretta osservanza “Democratica” come Caselli si è assunto il compito di distribuire centinaia di denunce, decine di fogli di via, ordinare perquisizioni ed arresti. Il governo teme una rivolta che dilaghi da Torino all’alta Valle, teme che si ripetano gli scenari del 2005. Se in ogni paese sorge una barricata, se i blocchi si moltiplicano, la situazione diventa ingovernabile. Le truppe e la violenza potrebbero non bastare più, perché trattare le questioni sociali come affari di ordine pubblico è facile, finché il dissenso, per quanto ampio, si concentra nell’assedio al fortino della Maddalena. È tempo di rendere loro la vita difficile. È tempo che la lotta popolare riprenda il suo ritmo. Il ritmo di chi si mette di mezzo, scegliendo da se i luoghi e i tempi. Il ritmo di chi non delega a nessuno, soprattutto a chi gioca anche oggi il walzer delle poltrone sulla pelle di tutti. La Procura ha paura della Libera Repubblica della Maddalena, ne cita l’autonomia, la partecipazione, la libertà.Costruiamo Libere Repubbliche ovunque, luoghi dove la comunità resistente si incontra e costruisce quello spazio altro che tanto intimorisce chi difende chi lucra sulle vite di noi tutti.Su questi contenuti saremo alla marcia da Bussoleno a Susa il 25 febbraio con uno spezzone rosso e nero. Documento n.2 Arresti, perquisizioni, obblighi di dimora.

Questa la ricetta della Procura di Torino, che da lunghi mesi si è assunta l’incarico di regolare i conti con il movimento No Tav. Sin dal giugno scorso si sono moltiplicati avvisi di garanzia, arresti, denunce, fogli di via nei confronti degli attivisti No Tav. Tutti firmati da Giancarlo Caselli, l’eroe della sinistra giustizialista, che vuole farla finita con un movimento cui si sono ispirati i tanti che si battono contro lo devastazione del territorio, contro un’idea di sviluppo folle e distruttiva, contrastando discariche, centrali, fabbriche inquinanti e installazioni militari. Giancarlo Caselli, il procuratore antimafia, che si schiera con la mafia del Tav.La strategia della lobby Si Tav è molto chiara: trasformare la protesta nei confronti di un’opera inutile, dannosa, follemente costosa in una questione di ordine pubblico. La scelta di occupare militarmente il territorio, di invadere l’area archeologica, trasformandola in un bivacco per le truppe di occupazione, culminata a gennaio nella trasformazione della zona in area di interesse strategico, la dice lunga sulla volontà di imporre con la forza la nuova linea ad alta velocità tra Torino e Lyon.Le ragioni della forza contro la forza delle ragioni.In tanti anni i sostenitori dell’alta velocità hanno saputo articolare solo discorsi densi di vuota retorica.

La retorica della piccola Italia schiacciata dietro le Alpi, isolata dall’Europa, condannata al declino. Una retorica falsa che nasconde dietro una foglia di fico un sistema di drenaggio di denaro pubblico a fini privatissimi, sostenuto in maniera bipartisan dalla destra come dalla sinistra, pronte a spartirsi la torta. I No Tav sono colpevoli.Sono colpevoli di aver mostrato la trama sottile che sostiene la tela delle grandi opere. Sono colpevoli di essersi schierati dalla parte dei tanti che non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Sono colpevoli di stare con chi vorrebbe che i 22 miliardi della Torino Lyon fossero usati migliorare la vita di noi tutti, garantendo ospedali, pensioni, trasporti pubblici, scuole a tutti in modo eguale.

Sono colpevoli di aver pensato che un altro mondo è possibile. Sono colpevoli di aver cominciato a vivere frammenti di relazioni politiche e sociali che vivono già oggi l’utopia concreta della partecipazione diretta alle scelte, della solidarietà, del mutuo appoggio.Sono colpevoli di sapere che la testimonianza non basta, che occorre mettersi in mezzo, anche a rischio della propria libertà, per offrire uno scampolo di libertà a tutti.Sono colpevoli di pensare che l’ordine ingiusto e predatorio in cui siamo forzati a vivere possa e debba essere spezzato, sono colpevoli di sapere che il futuro non è già segnato, che la precarietà, lo sfruttamento, la fame dei poveri, le guerre debbano divenire retaggio di un passato da dimenticare.Sono colpevoli di non essersi mai tirati indietro, di aver resistito per oltre vent’anni.

Dopo la rivolta popolare del 2005, sindaci ed amministratori locali sedotti dalle sirene del denaro e del potere, hanno fatto il salto della quaglia, ma non sono riusciti a spezzare il movimento. Lo scorso maggio, il governo, smessa la finzione della mediazione politica, ha deciso di passare nuovamente alle maniere forti. Manganelli, lacrimogeni, botte, denunce e carcere. Gran parte degli organi di informazione si sono messi al servizio per diffamare e falsificare, sperando in una divisione tra “buoni” e “cattivi”. Hanno fallito.Un movimento popolare, un movimento tanto radicato quanto radicale, sa che di fronte alla violenza di carabinieri, poliziotti, militari reduci dalla guerra in Afganistan, di fronte all’occupazione militare, di fronte alla violenza legale ma non legittima dello Stato, ribellarsi è giusto. Mettersi in mezzo è un impegno morale.I No Tav arrestati il 26 gennaio sono colpevoli. Colpevoli di aver tenuto fede all’impegno che tutti ci siamo presi. Colpevoli di resistere. Partigiani della libertà di tutti. Li vogliamo liberi. Liberi subito.

Fonti http://anarresinfo.noblogs.org/

Rivista Gnosis ,n.3 2006