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Rapporto sulla Pirateria in Somalia e negoziazione operativa

" La migliore guerra è quella che si vince senza combattere "
S u n   T z u  -  L' a r t e  d e l l a   G u e r r a

La presente indagine si propone di valutare ed analizzare il fenomeno della pirateria marittima in Somalia, in relazione alla negoziazione di ostaggi e al teatro operativo in cui la stessa deve essere realizzata , tenuto conto della situazione politica locale di uno Stato in cui regna la totale anarchia e dove la gestione del potere risulta frammentata in gruppi il cui credo spazia dall’interesse commerciale all’integralismo religioso di matrice islamica .In tal senso si analizzerà il profilo dei pirati somali e si cotruirà un protocollo operativo applicabile al caso concreto. 

La pirateria marittima – brevi cenni

La pirateria marittima è un crimine caratterizzato dal compimento di atti di violenza e depredazione nonché dal rapimento con detenzione di ostaggi commesso ​​dall'equipaggio o dai passeggeri di una nave contro un'altra nave . Il fenomeno in Somalia è determinato dalla mancanza di sorveglianza istituzionale delle acque prospicienti le coste. Ci troviamo, infatti , in presenza di uno stato senza struttura che non riesce a mantenere l’ordine nel proprio territorio e di conseguenza non può impedire atti di banditismo in mare. Se il paese fosse “ istituzionalmente strutturato ” le forze marittime dello stesso certamente risulterebbero impegnate in azioni di polizia volte ad impedire il perpetrarsi del fenomeno. Non ci si vuole dilungare sulle problematiche politiche della Somalia , argomento di cui si è ampiamente dibattuto , basterà in questa sede rimarcare come interessi economici ed anarchia facciano da padroni nel panorama geopolitico del Corno d’Africa .

I gruppi operativi in Somalia – “Pirati Organizzati”

I quattro principali gruppi di pirati che operano lungo le coste somale sono:

1. Il National Volunteer Coast Guard (NVCG), comandato da Garaad Mohamed, specializzato nell’ intercettare piccole imbarcazioni e pescherecci intorno Chisimaio sulla costa meridionale.

2. Il Marka, sotto il comando di Sheikh Yusuf Mohamed Siad (noto anche come Yusuf Indha'adde), è costituito da diversi gruppi non eccessivamente organizzati che operano intorno alla città di Marka.

3. Il terzo gruppo è composto da pescatori somali che operano in tutto il Puntland – c.d gruppo Puntland.

4. I Somali Marines : sono la più potente e sofisticata organizzazione di pirateria. Guidati dal signore della guerra Mohamed Abdi Afweyne. Il gruppo Somali Marines è dotato di una struttura militare e di un organizzazione di gestione delle c.d. operazioni finanziarie. fonte Globalsecurity.org

Profilo del Pirata Somalo La maggior parte dei pirati ha un età tra i 20 e i 35 anni e proviene dalla regione del Puntland nel nord-est della Somalia.

I pirati possono essere suddivisi in tre categorie:

1. pescatori, considerati il braccio delle operazioni grazie alla loro abilità e alla profonda conoscenza del mare.

2. Ex-miliziani che in precedenza hanno combattuto per i signori della guerra dei clan locali o che sono ex-militari dell'ex governo di Siad Barre.

3. Esperti tecnici, che operano con attrezzature anche sofisticate che hanno ricevuto una accurata formazione sull'utilizzo delle armi, dei motori delle navi e sulla navigazione da compagnie di sicurezza occidentali presenti negli anni passati sul territorio in quanto sotto contratto con il governo del Puntland.

Modalità dell’attacco di pirateria Solitamente i pirati utilizzano una nave madre, che fa da base e quartier generale: da qui entrano in azione i commandos, a bordo di skiff, piccole barche veloci, armati di mitragliatori AK 47 e lanciarazzi. Il modus operandi è sempre lo stesso : i pirati sparano alcuni colpi per chiarire le loro intenzioni, si arrampicano sulla nave presa di mira, ne prendono possesso e sequestrano l’equipaggio. L'attacco si verifica durante il giorno, spesso nelle prime ore del mattino.

Modalità operative dell’attacco

a) per effetto dell’utilizzazione di imbarcazioni d'appoggio, gli attacchi avvengono ben al di fuori del limite delle 12 miglia territoriali della Somalia;

b) l'attacco inizia con l’approssimarsi alle navi di piccole ed agili barche che possono raggiungere una velocità di oltre 25 nodi

c) la nave viene affrontata di fianco o da poppa e sono usate sempre armi di piccolo calibro (armi automatiche e lanciagranate a razzo a propulsione) per intimidire l'operatore di macchina affinché rallenti e consenta l'abbordaggio;

d) vengono poi utilizzate scale pieghevoli per salire a bordo, a questo punto i pirati cercano di ottenere il controllo del ponte con la finalità di avere il controllo operativo della nave;

e) la nave viene quindi dirottata in una rada amica e da qui parte la trattativa per il riscatto.Le principali zone ove vengono posizionate le navi sequestrate si trovano ad Eyl e Harardhere.

Eyl è un’antica ansa portuale della regione autonoma del Puntland che dal 2000 è diventata una delle capitali della pirateria moderna. Più a Sud, nella provincia di Mudugh, c’è Harardhere: qui, nel maggio 2010 i membri del partito integralista islamico «Hizbul Islam» hanno conquistato il porto, mettendo apparentemente in fuga i nuovi filibustieri. In realtà c’è piu’ di un indizio ( la petroliera italiana «Savina Caylyn» era tenuta dai pirati proprio nella rada di Harardhere) che porta a pensare che i pirati siano il “rovescio della medaglia” dei gruppi militanti islamici legati a fazioni salafite in aperta collaborazione con Al Qaida.

Navi dirottate e marittimi sequestrati Il 21 dicembre 2011 i responsabili dell’operazione antipirateria dell’Unione Europea, “Atalanta”, avevano contato 200 persone in mano ai pirati somali. A questi vanno aggiunti i 22 membri dell’equipaggio della «Enrico Ievoli». Dunque, i pirati dispongono attualmente di 222 ostaggi. Tale conteggio è quasi coincidente con quello elaborato dall’ International Maritime Bureau, che al 16 dicembre 2011 indicava 176 ostaggi e 10 navi in mani somale. Nel 2011 sono stati 232 gli attacchi riportabili ai filibustieri somali, 26 le navi sequestrate, 450 i marittimi. Dal dicembre 2008, periodo in cui ha avuto inizio l’operazione antipirateria dell’Unione europea, sono stati 2.317 i marittimi presi in ostaggio. La durata media della prigionia è di circa 5 mesi, il record è stato 19 mesi. Almeno 60 ostaggi sono morti durante la detenzione. Molti altri sono stati torturati o hanno subito abusi e violenze.Il costo medio di un riscatto per nave ed equipaggio è di circa 8 milioni di dollari. Nel 2010 sarebbero stati versati circa 150 milioni di dollari in riscatti Dall’analisi di tali dati risulta quindi evidente il business sotteso alle azioni di pirateria. In questa operazione commerciale “altamente remunerativa” e relativamente pericolosa per chi la commette, si inseriscono - in forma piu’ o meno indiretta - gli interessi delle assicurazioni che hanno aumentano i premi di rischio per le navi che incrociano a largo della Somalia , oltre che quelli dei contractors che si accingeranno nel 2012 ad allestire la prima flotta privata antipirateria (a gestire questa flotta la società britannica Convoy Escort Programme Ltd. sostenuta e finanziata dai Jardine Lloyd Thompson Group Plc di Londra).

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Negoziazione operativa e recupero degli ostaggi in Somalia.

Tale la situazione che si presenta ad un negoziatore che si accinge ad operare in un area cosi’ delicata .Evidenti le possibili intrusioni che possono determinare il fallimento dell’operazione.In un simile panorama risultano poco applicabili i protocolli di negoziazione operativa, che si adoperano normalmente ( prot. FBI ) ed è evidente come gli stessi debbano essere adattati alla situazione geopolitica di riferimento.In primo luogo risulta utile ricordare che il compito di un buon negoziatore è quello di “salvare le vite umane in pericolo: quelle degli ostaggi e quelle dei sequestratori” - cit. D. Bellomo e dunque lo stesso non deve mai essere influenzato da personali valutazioni politiche o religiose.Tenendo presente gli elementi descritti si può affermare che un professionista della negoziazione, in un tale contesto operativo, deve conoscere alla perfezione la realtà in cui opera al fine di prevenire le eventuali insidie che potrebbero interferire nell’attività volta alla liberazione degli ostaggi. In tale ottica l’autore di questo rapporto ha ritenuto di poter riadattare al caso concreto i protocolli d’intervento esistenti. a) L’operazione: La negoziazione si innesta in un ciclo operativo costituito per lo più da quattro componenti più una fase solo eventuale : quella dell’assalto.

1. Attività di intelligence generica Questa fase inizia ben prima della prima comunicazione con i sequestratori. Se si è in possesso delle identità dei dirottatori o della loro affiliazione terroristica, si potrà procedere alla raccolta di informazioni su eventuali precedenti da parte degli elementi coinvolti, onde stilare un profilo psicologico al fine di anticiparne le mosse.

2. Unità di crisi L'unità di crisi ha la responsabilità della gestione di tutti i soggetti coinvolti, facendo proprio il compito di giungere ad una risoluzione pacifica della situazione. Essa dovrà essere composta esclusivamente da personale con interesse diretto negli eventi contingenti. Stiamo, quindi, parlando dei responsabili dei servizi segreti, delle forze di polizia, delle forze armate e dei servizi di emergenza, oltre che di un' alta carica dello Stato (quale il Ministro degli Interni) e di eventuali rappresentanti diplomatici. Al suo interno sarà presente una team di negoziazione.

3. TEAM di negoziazione Ha la funzione di mantenere aperto un contatto con i sequestratori onde valutare le richieste e le motivazioni degli stessi nonchè la situazione che regna a bordo. Il Team ha inoltre il compito (gravoso e assolutamente eventuale) di guadagnare tempo al fine di permettere alle squadre d' assalto di pianificare un eventuale raid. Laddove le richieste dei sequestratori non possano essere soddisfatte o esista un serio pericolo per la incolumità degli ostaggi si renderà necessario un intervento armato. Gli eventi che possono far scattare il piano di liberazione da parte delle unità d' assalto sono di solito. l'uccisione di più di un ostaggio.

4. Attività di Intelligence in loco. E’ resa possibile grazie alle informazioni fornite da eventuali collaboratori (pirati pentiti) che potranno essere reclutati attraverso l’utilizzazione dello schema soldi/ stima con i negoziatori . In tale fase si dovranno ricercare le seguenti informazioni: - numero dirottatori, loro armamento ed ubicazione; - numero esatto degli ostaggi a bordo e loro ubicazione; - presenza o meno di esplosivi; - possibilità di raggruppare i sequestratori sul ponte di comando per farli discutere con il negoziatore onde distrarli in caso di attacco.

5. Allestimento ( comunque ) del dispositivo d' assalto: una o più squadre d' assalto adeguatamente equipaggiate saranno sempre pronte ad intervenire nel caso gli eventi precipitassero. L' unità d' intervento potrà provenire da forze speciali addestrate ad hoc. Contemplabile la presenza di uno o più consiglieri facenti parte di unità militari straniere con pregressa e maggiore esperienza nel campo. b) Il negoziatore operativo Modalità di svolgimento della trattativa con soggetti di cultura islamica L’approccio che deve essere adottato con soggetti sequestratori di cultura islamica , come i pirati somali, dovrà essere improntato alla delicatezza con mano ferma e deve mirare a dar luce positiva al diavolo occidentale che per cultura locale è infido e sempre disposto al tradimento. In tal guisa le indicazioni che seguono sono state “edulcorate” da forme di rambismo. La negoziazione operativa in ambienti a rischio può essere definita “arte della comunicazione gentile”. Quello che segue è un esempio della detta modalità:

1 Pianificare con calma. La parte più importante del negoziato sta nel prendere tempo per esaminare la situazione e pensare al piano da adottare .

2 Essere flessibili Considerare una vasta gamma di opzioni e risultati senza fossilizzarsi su di un'unica soluzione. Il negoziatore deve essere aperto alle idee e deve evitare di rinchiudersi nel raggiungimento di un unico risultato.

3 Cercare punti in comune con i sequestratori. Utilizzare un atteggiamento di cooperazione e diminuire i sentimenti di resistenza dei sequestratori.

4 Affrontare i problemi dal più importante al meno importante. Il raggiungimento di un accordo sulle questioni più importanti rende le meno importanti più facili da risolvere.

5 Scoprire ciò di cui i sequestratori hanno bisogno nell’immediatezza. Avere alternative - creative - pronte se non si può dare loro quello che chiedono.

6 Essere disposti a scendere a compromessi. Negoziare tenendo in considerazionee un elenco di cose che si è disposti a sacrificare per raggiungere l’ accordo.

7 Evitare comportamenti di opposizione quali: gli atteggiamenti intimidatori o aggressivi, il sarcasmo, il parlare a voce alta. Al contrario: comunicare gentilezza, amicizia, collaborazione, ragionevolezza e candore.

Concludo questa relazione ritenendo che un negoziatore, in attività in zone a rischio, non debba necessariamente tenere conto di un protocollo di intervento predefinito , ma debba essere capace di valutare la necessità del momento ritrovandosi a dover “fare i conti” con vite che dipendono dalle proprie scelte, tanto e maggiormente quando si tratta con personaggi che - per tradizione, ambiente culturale e credo religioso - risultino antitetici rispetto alla mentalità occidentale. Il negoziatore operativo in ambiente arabo-islamico, quale appunto quello somalo, per ottenere il miglior risultato (portare a casa gli ostaggi senza colpo ferire) dovrà “ragionare” abbandonando le logiche comportamentali occidentali.