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Quanto è difficile per gli Usa ritirarsi dall’Iraq

Quasi completato il ritiro delle truppe da combattimento statunitensi dall’Iraq, prova generale per il rimpatrio degli ultimi 50 mila istruttori americani nel 2011. Un ritiro previsto dagli accordi bilaterali del novembre 2008 ma che ha riservato una sorpresa inaspettata alla Casa Bianca quando il generale Babaker Zebari capo di stato maggiore interforze iracheno, lo ha definito “prematuro”.
 
“Se mi chiedono del ritiro, rispondo ai politici che l’esercito Usa dovrebbe restare fino a quando non saremo pronti, nel 2020″ ha dichiarato la massima autorità militare irachena a margine di una conferenza al ministero della Difesa sullo stato dell’esercito iracheno. E’ la prima volta che un comandante iracheno chiede agli Usa di restare oltre la data stabilita. Una richiesta che ufficialmente non ha modificato la posizione di Obama, che punta al rapido ritiro dall’Iraq anche per compensare il crescente impegno sul fronte afghano, e il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha dichiarato che le forze statunitensi “stanno rispettando i tempi per terminare la missione in Iraq alla fine del mese” .
 
Dei 92 mila militari statunitensi presenti in Iraq a gennaio ne sono rimasti 60 mila che a settembre scenderanno a “solo” 50 mila con compiti d’addestramento dei battaglioni iracheni all’interno dei quali operano i Military Transition Teams (MiTT) composti da una dozzina di consiglieri statunitensi. Le preoccupazioni di Zebari riguardano soprattutto il ritiro totale dei militari statunitensi perché se è vero che le truppe di Baghdad hanno qualche capacità di contrastare guerriglieri e terroristi di al-Qaeda non sono però in grado di difendere il Paese da minacce esterne.
 
Carenza non irrilevante per un Paese che deve fare i conti con le infiltrazioni terroristiche dalla Siria, gli sconfinamenti turchi in Kurdistan e l’aggressività dell’ex nemico iraniano. Le forze irachene sono poco e male armate e prive di addestramento per fare fronte a un conflitto convenzionale. L’aeronautica dispone solo di elicotteri e arerei da trasporto e anche se da tempo si accavallano le indiscrezioni circa l’acquisto di caccia F-16 per ancora molti anni la difesa dello spazio aereo nazionale dovrà essere affidata agli Usa.
 
La piccola marina è in fase di costituzione con pattugliatori e motovedette di origine italiana, britannica e statunitense: una forza idonea a sorvegliare i pozzi petroliferi off-shore ma che per ancora molto tempo non avrà capacità da combattimento. L’esercito, costituito nel febbraio 2004 con 3.500 volontari per oltre la metà reclute, dispone oggi di 18 divisioni con 196 battaglioni da combattimento impiegati per lo più nella protezione di infrastrutture e in operazioni di controllo del territorio e antiterrorismo. Una buona capacità offensiva l’hanno solo i 6 battaglioni di forze speciali, che hanno affiancato per anni gli americani nelle missioni contro i covi di al-Qaeda.
 
I limiti dei militari iracheni dipendono anche dalla scarsa disponibilità di armi pesanti. Un centinaio i carri armati presenti, tutti del modello russo T-72 aggiornato con equipaggiamenti “made in Usa”, ma nei giorni scorsi è arrivato al porto di Umm Qasr il primo lotto dei 140 carri Abrams forniti da Washington nell’ambito di un programma di assistenza militare del valore di 6 miliardi di dollari che comprende anche 400 veicoli da combattimento Stryker, elicotteri d’attacco e veicoli anti-Ied Couguar.
 
L’Iraqi Army ha conseguito la Minimum Essential Capability ma non avrà capacità di difesa da minacce esterne per ancora molti anni. Anche se Anthony Blinken, consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente Joe Biden, ha dichiarato che dopo il 2011 la presenza Usa si limiterà a “decine o centinaia di soldati con mansioni di formazione” pare evidente che Washington dovrà sostenere in modo più consistente la sicurezza dell’Iraq. Negli ambienti militari si sussurra che, con l’uniforme o un contratto da consulenti civili, migliaia di tecnici e istruttori americani resteranno ancora per molti anni in Iraq ad affiancare e addestrare le forze locali. Forse anche oltre il 2020 auspicato dal generale Zebari.
 
Gianandrea Gaiani