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La crisi afgana: incremento della presenza statunitense e rafforzamento dellÂ’influenza dei Talebani


Nel corso della campagna USA in Afghanistan, l’attuale Amministrazione americana ha raddoppiato il numero di attacchi con l’uso dei droni rispetto al 2008. In modo particolare l’uso dei nuovi sistemi d’arma è stato adottato per azioni aggressive lungo la linea di confine tra l’Afghanistan ed il Pakistan al fine di colpire militanti di Al-Qaeda attivi in quest’area.
Il Presidente Obama ha potenziato nel suo primo anno di mandato le linee strategiche intraprese dall’Amministrazione Bush per la lotta al terrorismo islamico, autorizzando circa 60 operazioni con droni rispetto alle circa 35 del 2008.
 
La dura politica di contrasto ai Talebani non ha impedito che questi ultimi lanciassero una nuova offensiva nell’estate 2009, con il sostegno di elementi qaedisti; nel corso dell’anno, i ribelli sono riusciti a guadagnare terreno sia in Afghanistan che in Pakistan, accrescendo la loro minaccia per entrambi i Governi. Tale escalation ha coinvolto uffici governativi nazionali, sedi di organizzazioni internazionali, rappresentanti dell’amministrazione pubblica, convogli umanitari ma soprattutto i contingenti militari stranieri presenti sul territorio afgano[1].
 
L’apice di questa violenta fase è stata raggiunta il 30 dicembre 2009, quando Humam Khalil Abu-Mulal al-Balawi un medico proveniente dalla Giordania, si è fatto esplodere nella base F.O.B. Chapman degli USA, nei pressi della città di Khost. L’attacco suicida che ha colpito sette agenti dei Servizi segreti USA è stato realizzato anche grazie al giordano Sharif Ali bin Zeid (case officer del GID e nipote del re di Giordania Abdullah II), il quale sfruttando la sua posizione ha condotto “l’insospettabile” al-Balawi nella base da cui partivano gli attacchi dei droni verso le aree tribali del Waziristan in Pakistan.
 
L’attentatore lavorava in qualità di medico presso l’ospedale di Amman, la città che sin dal 1948 rappresenta uno dei principali centri dell’attività palestinese all’estero e che ospita il più grande campo profughi palestinese allestito dalla Croce Rossa. Amman è uno dei centri nevralgici in cui il legame tra la Fratellanza Musulmana ed Al-Qaeda è più forte, nonostante l’establishment giordano sia uno dei più collaborativi con la Casa Bianca rispetto agli altri regimi politici mediorientali, ospitando una delle più grandi sedi della CIA al mondo. Si può ipotizzare che al-Balawi abbia fatto il doppio gioco anche per vendicare l’uccisione del giordano Abu Musab al-Zarqawi (leader di Al-Qaeda in Iraq) attraverso un attacco aereo per mezzo di droni a nord di Baghdad nel 2006, contrariamente a quanto emerge dal comunicato rilasciato dall’attentatore suicida prima di lasciare la Giordania.
 
Questo grave episodio ai danni dell’antiterrorismo USA precede di poche settimane il cambio di leadership all’interno della Fratellanza Musulmana, suggellando il definitivo controllo degli ultra-conservatori al vertice dell’organizzazione islamica (gennaio 2010). Sebbene il ricambio nella classe dirigente della Fratellanza Musulmana fosse già prevedibile in seguito alla sconfitta militare di Hamas durante l’ultima guerra con Israele, il vuoto di potere è stato colmato rapidamente con una rinvigorita saldatura politica e operativa tra la Fratellanza Musulmana ed Al-Qaeda. Pertanto, l’Afghanistan è stato utilizzato ancora una volta come fronte avanzato in cui si intrecciano gli interessi politico-religiosi di movimenti che uniscono l’anti-americanismo ed il disprezzo per leader anti-talebani come Karzai.
 
Da questa complessa situazione è maturata l’operazione militare in Marjah – fortemente voluta da Robert Gates - che ha avuto l’effetto di strappare una roccaforte amministrata dai ribelli, in una particolare area del Paese dove si produce la maggiore quantità di papaveri da oppio. Ciò ha contribuito ad alimentare la frammentazione del Paese: esistono aree in cui vengono applicati diversi standard di sicurezza politico-militare, in una fase del conflitto che sta raggiungendo la quasi totale “americanizzazione” con l’imminente arrivo di altri 30.000 soldati americani[2].
 
L’Amministrazione USA a distanza di 9 anni dall’inizio del conflitto è ancora priva di una strategia complessiva, complicando ulteriormente il contesto afghano come ha avuto modo di sottolineare il Gen. Michael Flynn. Infatti, nonostante i nuovi tentativi volti alla stabilizzazione politica dell’Afghanistan attraverso recenti relazioni USA-Pakistan[3], che hanno visto coinvolti il Consigliere per la Sicurezza Nazionale James L. Jones Jr. ed il Capo di Stato Maggiore Ashfaq Parvez Kayani, la causa principale della mancata nascita di un Governo afghano indipendente dal sostegno occidentale resta l’assenza di un sistema economico in grado di sostituire gli Sharia Investments, da cui traggono enormi profitti il movimento talebano e i rispettivi sostenitori islamisti sauditi-pakistani.
 
Questi fondi di facile accesso per i Paesi del Golfo Persico vengono reinvestiti anche in Afghanistan, derivando in larga parte da proventi illeciti ottenuti con il traffico internazionale di stupefacenti. Al centro di questo complesso sistema regionale ricoprirebbero un ruolo di primo piano gli Emirati Arabi Uniti (UAE), che sarebbero tra i maggiori riciclatori dei fondi illeciti ricavati con la vendita degli stupefacenti in Afghanistan. Infatti, nel corso del 2009 sono emersi nell’UAE 1.729 casi sospetti di riciclaggio di denaro illecito rispetto ai 1.170 del 2008, dato spiegabile anche con la crescita di controllo territoriale da parte dei talebani. Malgrado ciò, la strategia contro-insurrezionale applicata dagli USA prevede anche il coinvolgimento nel processo costituzionale di ogni leader talebano che abbia interrotto qualsiasi legame con Al-Qaeda. Tale obiettivo non può essere raggiunto senza l’aiuto del Pakistan, che a sua volta è politicamente frenato di fronte alla sempre maggiore influenza dell’India in Afghanistan[4].
 
Gli interessi di USA, India e Pakistan in Afghanistan collidono e ciò rende ulteriormente difficile il conseguimento di un assetto istituzionale di tipo democratico. A questo proposito, il recente arresto a Karachi del “numero due” dei talebani, Abdul Ghani Baradar ha messo in luce tutte le divergenze tra questi tre Stati. Infatti, il Presidente Karzai, per ottenere maggior peso politico rispetto alle forze NATO presenti nel Paese, intraprese una trattativa politica con Baradar di cui il Mullah Omar era all’oscuro, mentre le forze USA erano contrarie. La trattativa volta probabilmente a determinare un cambio di vertice nel movimento talebano e quindi ad estendere il processo di riconciliazione nazionale è saltata a causa dell’interferenza pakistana, poiché il Paese che otterrà la leadership dei talebani o la conserverà di conseguenza avrà a sua disposizione un potente strumento politico.
 
Nel corso del 2010 sarà difficile assistere ad una decisiva svolta politica per l’Afghanistan, sia perché Karzai non ha più risorse politiche da sfruttare nell’immediato[5], sia soprattutto perché il Mullah Omar resterebbe saldamente protetto in Pakistan. Da ultimo “l’americanizzazione” del conflitto che si manifesterà pienamente in una nuova offensiva attesa per l’estate del 2010 con l’aggiunta di altri 30.000 soldati USA, pur essendo rivolta a contrastare il movimento talebano, avrà l’effetto di delegittimare ulteriormente la presidenza Karzai e quindi il suo potere clanico, dal momento che la nuova offensiva verrà sferrata nell’area in cui Wadi Karzai esercita la funzione amministrativa di Governatore.
 
[1] Heritage Foundation, Taliban Reconciliation: Obama Administration Must Be Clear and Firm, 11 Marzo 2010
[2] www.defense.gov ., Washington, 15 marzo 2010.
[3] Incontri volti al rafforzamento dei controlli lungo la linea Durand, che separa soltanto geograficamente le zone pasthun Af-PAK.
[4] Time Magazine, 9 marzo 2010.
[5] Inoltre il fratello del Presidente afghano, A. Wadi Karzai sarebbe implicato in traffici illeciti di oppio e questo rende il Presidente Karzai vulnerabile alle sollecitazioni occidentali.

 
 
Per Gentile concessione dell'Autore: Enrico Cerreta. Tratto da Centro di Formazione e Documentazione sulla Pace. Unversità degli Studi, Roma Tre.