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Archivi dei Servizi: una legge da riscrivere

Bisognerebbe occuparsi del carattere non innovativo, se non addirittura malthusiano, della legge sulla liberalizzazione degli archivi dei servizi segreti varata nell' agosto dell'anno scorso dall'esecutivo, ormai esalante l'ultimo respiro, di Romano Prodi. Si tratta di consentire agli studiosi e a qualunque cittadino di avere accesso ai documenti di trentanni fa (al massimo) a lungo secretati e quindi inconsultabili.

Questa liberalizzazione, buttando finalmente all'aria sigle pompose (e spesso vuote) come «segreto», «riservato», «segretissimo» ecc., dovrebbe estendersi anche alle carte del Ministero della Difesa, a quelle (le più inaccessibili finora, anche se antiche riserve cominciano a incrinarsi)) dell'Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Nato, dell'intelligence di ministeri e altri uffici riservati. Le levate di scudi contro il segreto di stato in Italia sono state particolarmente virulente soprattutto nei casi in cui esso non risulta sia mai stato opposto. E' il caso della strage del 2 agosto 1980 a Bologna. Poche sono state, invece, le proteste di fronte ad atti di resistenza o di incredibile liberalità. Nel primo caso mi riferisco ad un episodio di una decina di anni fa. Al giudice delle indagini preliminari che si occupava sul golpe Borghese il Quirinale (che era un obiettivo della banda neofascista) si rifiutò di fornire un documento importante per scoprire gli eventuali responsabili del tentativo eversivo: cioè il registro contenente la lista dei visitatori del palazzo presidenziale. E' un mistero capire come si potesse pensare di preservare il segreto di stato di fronte a minacce contro il sistema democratico, per di più disattendendo una precisa norma del codice di procedura penale.

Il secondo caso è di carattere semplicemente opposto. Mi riferisco alla quasi pubblicazione (cioè la consegna alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle stragi), nel 1997, da parte del magistrato veneziano Carlo Mastelloni della lista degli informatori (per la verità non più operativi) dell'Ufficio Affari Riservati che aveva provveduto a sequestrare presso la segreteria del capo della Direzione centrale di prevenzione del Ministero dell'Interno. Dopo Togliatti, allora Ministro Guardasigilli (stimato, in tale incarico, solo dal suo erede Diliberto, l'ultimo inconsolabile sovietico che pascolava in parlamento), nessuno aveva mai osato tanto. Si possono certamente fare dei buoni libri di storia (come quelli di M. Franzinelli e M.Canali) con gli elenchi dei confidenti della polizia. Forte, però, è anche il dubbio che dopo avere dato in pasto alla gente tali liste di «spioni» il loro reclutamento possa risultare facilitato. Ciò malgrado, dai palazzi dei servizi non si levarono richieste di interdizione e di scandalo. Veniva,dunque, dato disco verde all'uso pubblico delle loro carte riservate. A meno di non imitare la legislazione varata da Clinton e da Bush negli Stati Uniti, più liberali di così non si poteva essere. L'argomento è stato oggetto di un recente convegno a Sesto Fiorentino, a cura dell'Istituto per la Storia Contemporanea fondato da Gianni Cervetti.

Con la legge del 3 agosto 2007, n. 124 («Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto» ) il ministro Micheli ha illuso il mondo dei ricercatori che dopo 30 anni al massimo si potessero stivare nei caveaux dell'Archivio Centrale dello Stato faldoni e fascicoli del Sifar, Sid, Sismi ecc. La lettura del dispositivo purtroppo gela ogni entusiasmo. Infatti la liberalizzazione del materiale accumulato in mezzo secolo dalla nostra intelligence vale per il futuro, e non per il presente. In secondo luogo, in mancanza del regolamento di attuazione e di norme transitorie (pudicamente omesse), l'accesso viene affidato alla creazione di un Ufficio Centrale degli Archivi. Un regolamento (cfr. l'art. 10) dovrebbe curare «l'attuazione delle disposizioni che disciplinano il funzionamento e l'accesso agli archivi dei servizi di informazione per la sicurezza». Esso dovrebbe disciplinare anche «le procedure di informatizzazione dei documenti e degli archivi cartacei, nonché le modalità di conservazione e di accesso e i criteri per l'invio di documentazione all'Archivio centrale dello Stato». Sono scaduti da oltre due mesi i 180 giorni in cui tale guida avrebbe dovuto essere emanato. Spetta al nuovo governo mettere mano in questa matas- sa, facendo collaborare, insieme al Ministero della Difesa Larussa, quelli dell'Interno Maroni e dei Beni artistici, Sandro Bondi.

La prima considerazione da cui partire è la seguente: siamo l'unico paese europeo in cui la storia contemporanea viene ricostruita quasi esclusivamente attraverso le carte di polizia. Il Ministero dell'Interno le versa (male, in ritardo e con una selezione rigorosamente «poliziesca») agli archivi provinciali, e a quello centrale, dello Stato. E' quanto finora ha passato il convento, ma sarebbe opportuno rendersi conto che gli storici hanno bisogno, come dell'aria per respirare, di lavorare su una più estesa batteria di fonti e non su una soltanto. Non sfugge a nessuno come quella del Ministero dell'Interno sia altamente sospetta perché troppo legata al potere politico, e alla persona del ministro in carica. Ai tre ministri spetta di frenare il passo del gambero che la legge Micheli ha impresso all'ampliamento delle fonti da consultare.Anzi si dovrebbe fare un salto in avanti. Dove non hanno osato i ministri Amato, Parisi e Rutelli, dovrebbero farlo i loro successori Bondi, La Russa e Maroni, estendendo l'obbligo del trasferimento delle carte anzitutto all'Arma dei Carabinieri. La Benemerita è presente in ogni comune italiano, mentre la polizia opera solo nei capoluoghi di provincia. Inoltre svolge attività di intelligence,oltreché di polizia, sin dal lontano 1814. Purtroppo i suoi archivi, a parte l'esibizione di cimeli e la valorizzazione dei successi dei suoi uomini, sono stati, e restano in gran parte ancora ingiustificatamente chiusi per la parte politica, economica e informativa. E' una situazione che non può durare senza finire nello scandalo, come sanno i nuovi responsabili dell'Ufficio storico, Col. Giancarlo Barbonetti e Giovanni Salierno, che cominciano a sopperire a questa lunga assenza. Se si vuole consentire la riscrittura, finalmente documentata e non solo ideologica, della storia politica ed economica dell'Italia, l'altra documentazione che mi pare indispensabile trasferire agli archivi dello Stato è quella dell'Ufficio I del Comando generale della Guardia di Finanza e quello dell'Ufficio Affari Riservati della polizia di Stato. Questi enti non dispongono di archivi propri (come per esempio il ministero degli Esteri) e per di più non sono tenuti ad alimentare, con il passaggio delle consegne delle loro carte, gli armadi dell'Eur. Al convegno di Sesto San Giovanni, Aldo Giannuli ha offerto un quadro molto più ampio delle operazioni di cessione da effettuare.

AUTORE e FONTE: Salvatore Sechi