Criminologia

Fisiologia e Psicologia nelle aggressioni violente

 

 

1. Premessa

Per meglio comprendere quali siano le modificazioni fisiologiche ed emotive che intervengono in soggetti coinvolti in un aggressione violenta, è indispensabile affrontare questo particolare  evento, scomponendolo stesso in tre diverse fasi.

 

Le fasi proposte pur essendo inscindibili tra loro, analizzate singolarmenteoffrono una chiara visione di quali siano i differenti passaggi che compongono una singola aggressione, consentendo così di  una più chiara osservazione del fatto, in quanto tale e una più funzionale analisi di eventuali strategie risolutive, necessarie sia al superamento fisico dello scontro/confronto che all'elaborazione emotivo-psicologica; offrendo così maggiori possibilità di limitare l’insorgere, nella fase post-evento, di sintomatologie traumatiche e debilitanti.

La suddivisione imposta al fenomeno “aggressione”, è compiuta sul naturale corso delle attivazioni emotive, legate a sentimenti di paura ed ansia che investono il soggetto “preda”, prima, durante e dopo un attacco a lui rivolto e condotto da un altro essere umano.

Sulla base di queste considerazioni, si può quindi affermare che l’evento violento inizia nell’istante in cui il soggetto coinvolto (vittima) percepisce il pericolo e si prepara attraverso un processo definito:“trasalimento”allo scontro e si conclude nell’istante in cui il ricordo di quanto vissuto non produca più alcuna emozione nella sua rievocazione.

Il tempo che intercorre tra l’inizio dellaprima fase e la fine dell’ultimanon può essere quantificabile o generalizzato, in quanto totalmente dipendente dalle caratteristiche personali del singolo; maggiori sono le conoscenze riguardo a se stessi e alle capacità di comprensione e valutazione rispetto agli eventi, minori saranno le possibilità di sviluppare sindromi debilitanti e limitative, sia per un recupero emotivo che di una propria identità sociale.

Un’aggressione, di qualunque natura essa sia, non può quindi essere ritenuta come un evento che trova la propria realizzazione nella sola concretizzazione dell’azione, nell’istante in cui questa accade.

Comprendere il fenomeno della violenza tra esseri umani, richiede quindi uno sforzo diverso da quello fin qui offerto, specie nella ricerca di soluzioni e metodologie protettive; l’errata valutazione e l’esasperata semplificazione del fenomeno in oggetto, alla quale si è troppo spesso ricorsi, oltre a non produrre i risultati auspicati, rischia di aumentare le possibilità di sviluppare nelle vittima di azioni violente e di supremazia psicologica traumi difficilmente superabili.

 

2. Azione violenta condotta verso un essere umano

L’azione violenta, come conseguenza di un pensiero cosciente e volontario,non può quindi essere ritenuta un evento “monofasico”, identificato cioè nel solo scontro tra i soggetti coinvolti; essa deve essere, sempre,considerata e valutata come un atto “trifasico”.

Seguendo la prospettiva della vittima, le fasi che compongo la violenza sono così definite:

fase 1.FASE PREDITTIVA

fase 2.FASE ATTUATIVA

fase 3.FASE ELABORATIVA

Questa suddivisione oltre a facilitare la comprensione degli eventi, migliora le capacità difensive di chiunque venga coinvolto in un’aggressione, poiché facilita la possibilità di superare i limiti imposti dai condizionamenti sia sociali, emotiviche comportamentali; in particolare, per  quelle categorie, considerate maggiormente a rischio, come le donne.

3. Analisi delle fasi

3.1. Fase predittiva

Sintetizzando all’estremo lo schema della nostro cervello, possiamo stabilire che lo stesso si divida in  due macro aree che si interfacciano tra loro, una razionale e cosciente ed una irrazionale e involontaria.

In una condizione omeostasi (equilibrio), queste due aree del cervello, comunicano con i medesimi organi in modo antagonista, ma in EMERGENZA, è la parte irrazionale o istintivaad assumere il totale controllo del corpo e della mente, bloccando ogni attività non direttamente correlata al superamento dell’evento (sopravvivenza) e iniziandola produzione di ormoni, così detti dello stress, necessari alla fronteggiamento di quanto temuto.

Nell’istante in cui inconsapevolmente percepiamo il pericolo, prima ancora di averlocoscientemente realizzato, il nostro corpo si prepara al confronto, sia esso di lotta (fight) o di fuga (flight); l’amigdala (elemento principale nelle reazioni involontarie) autonomamenteimpone  sensibili modificazioni biologiche, necessarie a migliorare le perfomance fisiche e velocizzare le sinapsi, tra le quali:aumentare la frequenza la cardiaca (FC) e la pressione sistolica (PS) e la produzione di adrenalina, noradrenalina e cortisolo.

Questa fase è stata definita PREDITTIVA proprio perché sia affida all’involontaria  capacità del soggetto “preda” di individuare precocemente azioni e situazioni che possano essere considerate prodromi di eventi dannosi; la capacità di valutazione rispetto ad eventi e comportamenti, è fondamentale per preparare, in tempi utili, il corpo e la mente per la prova che dovrà affrontare da lì a poco o meglio, agire affinchéla minaccia non si realizzi.

Per fare ciò, è fondamentale comprendere quali siano i bias in grado di deviare o distorcere le valutazioni sull’ambiente nel quale si è inseriti nel presente, poiché ogni realtà muta a seconda della prospettiva dalla quale la si percepisce e la si elabora.

Le ASPETTATIVE inducono a seguire un pensiero predefinito dissolvendo la capacità di compiere reali valutazioni cognitive, in altre parole, si può affermare che di  fronte a un pensiero ben radicato, questo vince sulle azioni, traendo spesso in inganno.

Le esperienze apprese o indirette, inducono a trarre conclusioni prematuramente sottostimandoi dettagli dell’azione vissuta e limitando la possibilità di prepararsi efficacemente allo scontro.

3.2. Limiti ad una gestione efficace della fase predittiva

3.2.1. La fobia umana universale

Il concetto di FOBIA UMANA UNIVERSALE è stato introdotto per la prima volta nel 2004 con la pubblicazione del testo ON COMBAT, scritto dallo psicologo militare DAVE GROSSMAN , il quale afferma che, la quasi totalità dell’umanità proviverso la possibilità di essere coinvolti in uno scontro fisico contro un altro essere umano, una paura incontrollata, tanto e taleda arrivare a modificare sensibilmente abitudini e percezioni esterne.

GROSSMAN asserisce che questa PAURA sia dettata dal fatto che un evento prodotto dalla mano umana sia considerabile maggiormente traumatico, rispetto ad un fatto di eguale gravità prodotto da eventi naturali, perché considerato un atto PERSONALE, privo cioè della componente di casualità tipica degli eventi non prodotti dalla mano umana.

L’ansia che si prova verso la possibilità di essere coinvolti in un evento che preveda uno scontro fisico, rischia di innalzare il livello di “guardia” ed attivare così quelle modificazioni fisiologiche legate al superamento di un pericolo, in situazioni che non siano oggettivamente a rischio, come il confronto con persone sconosciute in ambienti non famigliari; da statistiche raccolte, nonostante sia molto alta la percentuale oscura del fenomeno violenze (circa il 90%), emerge chiaro che la possibilità di essere coinvolti in aggressioni condotte da persone totalmente sconosciute è relativamente bassa.

Molti studiosi concordano nel ritenereche il numero oscuro delle violenze coinvolga maggiormente i fatti subiti in contesti famigliari ed amicali, offrendo così verso le violenze  realizzate in contesti di assoluta estraneità un quadro al quanto preciso.

La conseguenza più diretta di un’errata valutazione degli eventi è quella di sottostimare la possibilità che qualcosa di brutto possa realizzarsi in contesti in cui vi sia una condizione di confidenza o famigliarità verso il possibile l’aggressore, il quale essendo persona conosciuta non produce a livello inconscio una fonte di pericolo, perché non incarna il ruolo del uomo nero, che nascosto nell’ombra è a caccia della propria vittima.

Nello studio e nell’analisi delle violenze a danno delle donne, non si deve tralasciare che un soggetto conosciuto poche ore prima della violenza, non può essere tecnicamente  consideratouno sconosciuto, in quanto l’interazione avuta fino ai momenti precedenti l’aggressione, ha inevitabilmente condotto la vittima a concedere maggiori spazi di “manovra” al proprio aggressore, ad esempio, riducendo la dimensione dell’area personale di sicurezza (uovo prossemico), così come accade con persone conosciute da tempo.

 

3.2.2.Condizione mentale (riduzione del tempo di attivazione)

Abbiamo osservato come l’attivazione al pericolo (trasalimento) sia inconsapevolmente attivata da esperienze pregresse, conoscenze indirette ed aspettative e mai  da condizioni oggettive.

Spesso ci si trova a vivere momenti di intensa paura semplicemente perché le circostanze ci stimolano, ma senza aver ricevuto nessun riscontro oggettivo relativo alla possibilità che si stiano realizzando situazioni critiche o di pericolo, ed in altre occasioni invece essere  oggettivamente esposti a rischi,senza provare alcun sentimento in tal senso.

Il mutamento dello status di allerta non è mai conseguente alla realtà in quanto tale, ma a come questa viene interpretata e vissuta dai singoli.

La convinzione che le aggressioni avvengano sempre in luoghi buoi ed isolati può indurre ad un’attivazione emotiva anche intensa, senza che in quel luogo vi sia alcuno, semplicemente perché  inconsapevolmente ed ingiustificatamente si ritiene che quella sia una situazione a rischio.

Filtrare le informazioni che giungono  a noi dai media, ad esempio, può essere di aiuto per migliorare la capacità di valutazione dell’ambiente nel quale si è inseriti ed ottimizzare così le risorse biologiche a disposizione del corpo e della mente per fronteggiare una situazione a rischio ed impedire che si possano vivere, da impreparati,situazioni che richiedono un rapido intervento in difesa della propria incolumità.

Gli americani hanno classificato il livello di attenzione rispetto all’ ambiente circostante utilizzando dei colori, definendo area Bianca la condizione di assoluta distrazione e rilassamento e area rossa quella di maggiore attenzione e concentrazione, le due aree sono separata da un’area verde ed una gialla; lo schema è del tutto simile allo schema di gravità utilizzato nei nostri PRONTO SOCCORSO; la stato ottimale di attenzione durante la giornata, dovrebbe quindi oscillare tra le condizioni VERDE e GIALLA, mai dovrebbe essere BIANCA.

Mantenere un adeguato livello di attenzione è condizione essenziale per imparare ad osservare e valutare meglio gli stimoli che il presente offre, senza lasciare che le aspettative travisino gli eventi.

3.2.3. Lo schema di casualità

La tendenza generalizzata è quella di ritenere che esista una casualità diretta tra presente e passato e che questa seguauno schema, all’interno del quale, gli eventi vengono posti uno in fila all’altro, seguendo una linea temporale retta,  cose fossero l’uno dipendente dal precedente.

La realtà, risulta essere ben diversa rispetto questo semplicistico schema di casualità, in quanto il presente deve essere considerato uno spazio virtuale, ove si concentrano tutti gli eventi precedentemente realizzati, posti in modo indefinito nel continuum spazio temporale.

Ogni elemento (evento) contribuisce a definire il tutto come un insieme e non come singolo elemento.

Riportando questo concetto, nel contesto della violenza contro le donne, si può affermare che  ogni fatto avvenuto in un momento X del passato può successivamente contribuire alla  realizzazione della violenza.

Non sempre la causa scatenante dell’aggressione è da ricercare negli istanti che hanno preceduto il fatto; atteggiamenti compiuti in tempi non sospetti possono risultare dannosi per la sicurezza del singolo, anche se apparentemente non correlabili a quanto subito.

Molti studi di vittimologia hanno dimostrato che vi è, quasi sempre, una relazione diretta tra vittima ed aggressore, ed uno studio compiuto negli U.S.A. su criminali condannati per aggressioni violente, ha dimostrato che ognuno di loro aveva aggredito la propria vittima perché riteneva che la stessa fosse una preda, per lui facile. 

3.3. fase attuativa

In questa fase il pericolo non è più il risultato di una proiezione di uno stato di paura, ma una realtà concreta e contemporanea.

Il corpo e la mente precedentemente attivati, sono pronti a porre in atto tutte le azioni necessarie a salvaguardare la vita.

Parte di queste azioni, definibili reazioni, sono involontarie, come, ad esempio, la vaso costrizione, processo  molto utile a limitare emorragie in caso di ferite ed una parte volontaria, come, ad esempio l’uso di tecniche difensive, frutto di passate esperienze addestrative o semplicemente di una forte volontà di vita.

Ogni qual volta sia indispensabile fornire rapidamente risposte rispetto ad un evento il nostro cervello applica due diverse strategie:

1.Strategia conscia: viene compiuta una scelta sulla base di un pensiero razionale fondato sulla conoscenza. (percorso logico fortemente dispendioso)

2.Strategia inconscia: si manifesta in modo involontario attraverso canali fisici e fisiologici. La mente elabora una strategia in forma autonoma, senza il confronto con il pensiero razionale.

Questa azione è compiuta da ciò che può essere definito l’inconscio adattivo.

L’incapacità di controllare, prevenire e compensare le modificazioni fisiologiche prodotte dalle scelte compiute dall’inconscio adattivo può inficiare ogni volontà di difesa.

3.3.1. Limiti ad una gestione efficace della fase attuativa

3.3.2. Incontrollata alterazione fisiologica

Gli studi eseguiti  in tal senso hanno dimostrato che vi una soglia fisica limite, oltre la quale il corpo perde la propria capacità di movimento e risposta agli eventi e che rende vano ogni tentativo di protezione;  questa soglia è stata identificata nella Frequenza Cardiaca,rispetto alla quale il limite massimo accettabile è stato attestato intorno ai 150 bpm.

Superato questo limite il corpo non è più in grado, a causa dell’esasperato sconvolgimento fisico,di compiere azioni complesse come ad esempio usare in modo funzionale la voce; le articolazioni minori; di mantenere un adeguata visione d’insieme, senza cadere in ciò che viene definito effetto tunnel (tunnel effect) o visione a tunnel (tunnel vision), di udire rumori, eliminando così la possibilità di comprendere quanto stia accadendo; si arriva a perdere il controllo degli sfinteri con conseguente rilascio di feci ed urina, ed in fine l’eccessiva carenza di ossigeno porta a stati di svenimento incontrollato e di ipossia, ma non solo, il permanere in questa condizione di insostenibile tensione e l’eccessivo sovraccarico di stimoli , produce un totale black out del sistema nervoso del parasimpatico.

Indipendentemente, quindi, dalla qualità della performance difensiva attuata nello scontro, appare evidente quanto sia importante mantenere le modificazioni fisiologiche involontarie all’interno di range tollerabili, anche in quelle azioni di supremazia psicologica, che non prevedono cioè il contatto fisico, ma che si concretizzano con minacce ed azioni intimidatorie.

Secondo il principio del DSMV IV RD (il testo che stabilisce quali siano le malattie della mente)  per sviluppare la sindrome del disturbo traumatico post evento (DAS e DPTS) è sufficiente che durante lo stesso il soggetto coinvolto vivala sensazione di essere esposto ad un grave pericolo di vita o di gravi lesioni fisicheoppure una paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore

Una elevata ed incontrollata modificazione biologica, può indubbiamente portare ad una simile sensazione anche in aggressioni finalizzate ad intimidire con il solo uso della minaccia; di poco conto, sotto l’aspetto emotivo, il fatto che la stessa sia condotta senza contatto, a mano armata o a mano nuda.

Le emozioni vissute, durante una minaccia, sono perfettamente sovrapponibili con quelle che attraversano l'animo e il corpo di un soggetto percosso.

3.3.3. incapacità di gestione

Un’elevata attivazione fisiologica è spesso la diretta conseguenza di una consapevolezza di incapacità gestionale rispetto al vissuto; la consapevolezza di non avere sufficienti risorse per ilfronteggiamento rispetto ad un evento fortemente stressante come un aggressione produce, in coloro che percepiscono sé stessi come potenziali vittime, una sorta di circolo vizioso meglio conosciuto come circuito dell'ansia ovvero “la paura di aver paura”.

Il solo pensiero di poter vivere emozioni così invasive, senza possedere le giuste risorse per affrontarle, sviluppa inconsapevolmente uno stato d'ansia generalizzato che se non gestito può portare a disturbi e a stati di colpevolizzazioneprodromi di crisi depressive anche gravi, inoltre la non conoscenza di ciò che fisiologicamente avviene nell'emergenza può indurre la preda a desistere nella difesa e nelle azioni di contrasto alla violenza subita, poiché la sensazione prodotta è paragonabile a quella di morire.

3.3.4. La riprova sociale

Il dott. Robert Cialdini, nel suo testo sulle armi di persuasione, sintetizza questo  principio con queste parole: "quanto maggiore è il numero di persone che trova giusta una qualunque idea, tanto più giusta è quell'idea”.

In altri termini, se ad un soggetto è richiesta una rapida valutazione degli eventi ed un’immediata risposta agli stessi, la sua mente sceglierà la strada più breve per compiere la scelta più idonea, la strategia involontariamente posta in essere, dalla mente, è quella di imitare il comportamento dei presenti; il risultato prodotto dall’attivazione di questo principio è così potente da stabilire che la riprova sociale sia un arma di persuasione tra le più potenti.

La triste storia di Catherine Genovese violentemente assassinata a New York, una notte di marzo del 1964, insegna quando questo principio sia potente e che quali gravi conseguenza possa avere.

Per comprendere la triste storia di Catherine, è sufficiente sapere che al fatto furono presenti ben 38 testimoni, e che, nonostante le grida nessuno di loro fece nulla per aiutare la ragazza, nemmeno con una telefonata alla polizia.

Durante le attività investigative, quando fu chiesto loro il perché di questa totale apatia, nessuno fu in grado di dare, agli investigatori, una risposta plausibile.

Solo dopo uno studio condotto da due psicologici Latanè e Darley si giunse alla conclusione che quella apatia fu la conseguenza di un numero elevato di testimoni, i quali attraverso un’osservazione reciproca, si trovarono a vivere in una condizione di “ignoranza collettiva”, una status mentale, conseguente alla fenomeno della “riprova sociale” in cui tutti compiono o non compiono la medesima azione senza in realtà conoscerne le ragioni e scarico all’altro la responsabilità delle loro azioni o non azioni.

L’idea quindi di essere al sicuro fra la gente può essere sbagliata, una vittima di violenza potrebbe rischiare di non ricevere immediatamente l’aiuto di cui ha bisogno, proprio perché sono presenti molti possibili testimoni, i quali deresponsabilizzando il loro ruolo si affidano agli altri, che per la medesima ragione lasciano che gli eventi scorrano.

Abbattere la barriera di apatia prodotta dallo stato ignoranza collettiva, non è difficile, in quanto è sufficiente richiamarsi alla responsabilità di un singolo, svegliandolo dallo stato “ipnotico” nel quale si trova, indicandolo e esponendo chiaramente di che genere di azione si vuole che compia.

La riprova sociale, oltre a rendere pericoloso un contesto, altrimenti ritenuto sicuro, può condizionare altre situazioni che coinvolgono donne aggredite, è il caso ad esempio della scelta di omertà rispetto ad una violenza consumata all’interno della mura domestiche o in contesti culturalmente arretrati  ove la donna è ancora ritenuta un essere inferiore e la violenza un fatto da tenere segreto a qualunque costo.

Un’ultima situazione che vede il principio della riprova sociale come nemico della sicurezza delle donne si realizza con le azioni compiute in branco, all’interno del quale potrebbero essere coinvolti soggettinon realmente convinti di ciò che stanno facendo, ma semplicemente trascinati dalle azioni compiute dagli altri, anche in questo caso richiamare alla responsabile un singolo può aiutare a trovare tra gli aggressori un complice alla propria salvezza.

 

3.3.5. fase elaborativa

Il confronto/scontro appena terminato, a prescindere dalle conseguenze fisiche che ha prodotto, ha frantumato l'equilibrio emotivo del soggetto coinvolto.

Le modificazioni fisiologiche prodotte involontariamente, faticano a rientrare in parametri accettabili o normali, nonostante la vittima sia sfuggita dalle mani del suo aggressore.

Il ricordo degli eventi si fonde con le emozioni percepite e quanto vissuto permane nell'animo della vittima, sviluppando, quella che può essere considerata la vera lotta per la vita, ovvero il confronto con se stessi e con le persone di riferimento.

Per tutto il tempo in cui le emozioni si confondono con i ricordi di quanto accaduto, una forza oscura consuma l’anima della vittima, assorbendone ogni energia e lasciandola in balia di correnti emotive incontrollate.

Aver affrontato ogni singola fase dell’aggressione in modo funzionale ed ogni singola mutazione fisiologica con la consapevolezza che si trattava di condizioni necessarie e naturali, aiuta a dissipare ogni ansia post traumatica.

3.3.6. Limiti ad una gestione efficace della fase elaborativa

Le modalità con le quali sono state affrontate le frasi precedenti dell’aggressione, incidono grandemente sullo sviluppo di sintomatologie debilitanti, i limiti ad una corretta elaborazione e superamento dell’evento traumatico molto dipendono dalla consapevolezza della vittima di aver fatto quanto in suo possesso per sopravvivere e di aver vissuto uno sconvolgimento fisiologico necessario e per la situazione, “NORMALE”.

Questa consapevolezza è possibile solo attraverso la conoscenza e la preparazione.

3.3.7.  emozioni che intercorrono a minare il superamento del trauma

3.3.7.1.La vergogna

La vergogna provata dopo l’aggressione, nasce dalla convinzione che vi sia qualcosa di sbagliato nella vittima che l’abbia condotta a subire le violenze, una sorta di punizione dovuta al possesso di un errore genetico, non dipendente da se stessi.

La vergogna è legata al giudizio sociale intransigente e perbenista che reputa tutto ciò che non comprende come sbagliato e demoniaco.

3.3.7.2. La vittimizzazione o etichettamento

Nonostante come studio scientifico la vittimizzazione abbia fornito conoscenze indispensabili alle attività di aiuto alla vittime di violenza e di ogni altra azione lesiva, l’uso strumentale che ne è stato fatto ha idealmente creato una sottocultura vittimistica, per la quale, chi è stato vittima, vestirà questo ruolo per tutta la sua esistenza divenendo così, rispetto agli altri, un diverso.

Per questa ragione l’uso del termine vittima, deve essere utilizzato con attenzione, evitando la  stigmatizzazione del soggetto.

Abituare chi ha subito una violenza a definirsi come un “ex vittima” può essere utile a migliorare la personale visione del se, rispetto alla società.

3.3.7.3. Il senso di colpa costruttivo

Il senso di colpa costruttivo è spesso conseguente alla sensazione/convinzione di incapacità risolutiva rispetto agli eventi, significa in altre parole assumersi la responsabilità di quanto subito, poiché diretta conseguenza di un’azione volontaria condotta da colui che, contestualmente ne percepisce le conseguenze.

Nei casi di violenza reiterata questo sentimento può essere fonte di una sofferta accettazione di quanto stia accadendo, come inevitabile conseguenza di una personale mancanza.

3.3.7.4. Il senso di colpa generalizzato

Il senso di colpa generalizzato si differisce dal senso di colpa costruttivo, poiché non è conseguente ad una presunta azione o non azione ricollegabile a quanto vissuto, ma si tratta di un malessere generale che nasce della convinzione di essere inadeguati e “fuori luogo” rispetto agli altri.

La sua origine non è da ricercare nella violenza subita ma dalla percezione che la vittima ha di se rispetto alla società, essere oggetto di pregiudizi, spesso mascherati da “semplici ed innocui” modi di dire come le generiche colpevolizzazioni sociali o le attribuzioni di incapacità rispetto al genere,  indicono i destinatari delle attenzioni ad immedesimarsi con i valori e i giudizi loro attribuiti, anche se si tratta di affermazioni prive di alcun fondamento concreto.

3.3.7.5. I retaggi culturali

Il linguaggio colloquiale  è ricco di luoghi comuni e modi di dire che deresponsabilizzano coloro che commettono atti violenti contro una donna, insinuando, ad esempio che la responsabilità dell’azione è da ricercare nell’abbigliamento o nell’aspetto estetico della vittima, nonostante spesso queste siano “infelici battute da bar” le stesse sono inconsciamente immagazzinate nell’area involontaria del cervello della donna e a seguito di una violenza quelle informazioni  saranno utilizzate come termini di paragone per ricostruire il giudizio del se.