Criminologia

Il Caso Moreira e il mistero del Movente

È iniziato martedì 18 maggio 2010, davanti la Corte d’Assise di Treviso, il processo di primo grado a Simone Moreira la giovane madre - di origine brasiliana - accusata di aver ucciso la sera del 2 settembre dello scorso anno, ad Oderzo, la figlia Giuliana Favaro di soli due anni, gettandola nelle acque del fiume Monticano.
Nei casi come questi le tesi e le ipotesi su come si siano svolti in fatti possono essere innumerevoli e certamente saranno terreno di “scontro”, fra accusa e difesa, durante tutto il processo. Sicuramente la morte della piccola Giuliana merita tutto il rispetto possibile e lungi da me condannare pubblicamente la giovane madre ancor prima che vi sia una sentenza definitiva emessa dal tribunale. Credo, invece, possa essere interessante cercare di comprendere quali meccanismi e quali dinamiche si possono nascondere nella mente di una madre che decide di compiere un gesto tanto riprovevole per al società come quello uccidere il proprio figlio. Cosa accade quando chi ti dà la vita decide anche di togliertela?
 
Per una madre uccidere il proprio figlio è un atto estremamente grave e che viene comunemente stigmatizzato, socialmente «contro natura». Secondo quanto previsto da una delle più diffuse classificazioni criminologiche nei casi in cui le vittime di omicidi abbiano più di un anno d’età l’ipotesi omicidi aria andrebbe ricompresa nella categoria del figlicidio. Si tratta di una necessaria distinzione particolarmente interessante al fine di delineare le differenti dinamiche che possono sottendere questi terribili comportamenti. Il figlicidio, solitamente, viene commesso da madri che arrivano a percepire il proprio figlio come un prolungamento del sé in un quadro di narcisismo e di assoluta onnipotenza, riassumibile nella frase di: «io l’ho creato ed io lo posso distruggere».
 
È evidente come l’omicidio di un bambino che presenta caratteristiche fisiche e psicologiche già bene definite è ancor più terrificante rispetto, ad esempio, all’infanticidio, se non altro perché si presuppone che una vittima più grande possa aver già creato un sistema di relazioni affettive con l’adulto molto più complesse e durature. Si tratta comunque di dinamiche molto difficili da comprendere e che si inseriscono in una quadro estremamente complesso formato da una relazione di tipo diadico madre-figlio. Fra i principali motivi che possono spingere una mamma ad eliminare il «frutto del proprio grembo», solitamente, si possono ritrovare fattori individuali e familiari (come un rapporto conflittuale con il partner o la depressione post partum), fattori socio-culturali, e particolari circostanze di vita (alcolismo, tossicodipendenza, abusi) come fattori precipitanti.
 
Il delitto va pertanto sempre inquadrato entro un complesso sistema che non deve prescindere dalla relazione fra la madre e il figlio, dalle componenti psicodinamiche (come ad esempio un eventuale disturbo psichico della madre) e particolare attenzione va posta anche all’ambiente familiare e sociale, sia quello in cui il soggetto vive attualmente sia a quello d’origine, come nel caso in questione. Nella vicenda che coinvolge Simone Moreira vi è l’evidente assenza di un preciso movente che possa spiegare il gesto, e tutti gli elementi raccolti dagli inquirenti – su cui poi si baserà tutto il procedimento penale – sono ancora una volta puramente indiziari. Anche in questa storia, come per altre simili, la «verità» su quel che è successo quella sera di fine estate non sarà poi così facile da stabilire oltre ogni ragionevole dubbio.
 
Da: “Il Gazzettino” 21 maggio 2010