Criminologia

La triste realtà degli omicidi in famiglia

 
La violenza in famiglia rientra nell’ipotesi di cui all’art. 571 c. p. (abuso dei mezzi di correzione o disciplina) ed all’art. 572 c. p. ( maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli). Il primo rinvia agli artt. 581 c. p. (percosse), 582 8lesioni personali) 583, (circostanze aggravanti9, 586 (morte o lesione come conseguenza di altro delitto).

Il secondo rinvia agli stessi articoli e per entrambi è prevista la procedibilità d’ufficio. Per i casi di omicidio in famiglia si distinguono: Omicidio orizzontale: ovvero quando il marito uccide la moglie o viceversa, il convivente uccide la convivente o viceversa, il fratello uccide il fratello, la sorella uccide il fratello. Omicidio verticale: casi in cui il padre uccide il figlio o la figlia o viceversa, la madre uccide il figlio o la figlia o viceversa, entrambi i genitori uccidono uno o più figli o viceversa.
La famiglia è una realtà sociale plurima e dinamica in costante evoluzione ed il suo ruolo viene determinato da due complesse entità sociali: i genitori da un lato ed i figli dall’altro. Purtroppo al giorno d’oggi, al centro di una trasformazione profonda che il senso stesso, di cosa sia la famiglia, pare perdersi: il nucleo di affetto costruito intorno al desiderio di generare, e quindi intorno alla genitorialità biologica è oggi rintracciabile in un numero sempre più esiguo di famiglie, poiché la famiglia ha perso quella stabilità che faceva prevedere che i figli sarebbero cresciuti con un padre ed una madre biologici.
Questo superamento dei limiti biologici della famiglia è anche un’espressione di una positiva attitudine della società: uomini e donne sanno farsi padri e madri anche senza avere generato biologicamente il proprio figlio. Murdock coniò l’espressione “famiglia nucleare” che assolve le quattro funzioni fondamentali per la società umana: sessuale, economica, riproduttiva ed educativa. La famiglia ha il compito di assolvere le funzioni della riproduzione, dell’allevamento, dell’accudimento, della socializzazione dei bambini, di protezione e di operare come stabilizzatore della personalità degli adulti1. Nella famiglia avvengono e si strutturano i primi modelli delle relazioni interpersonali, che sono alla base dei comportamenti che si ripropongono nella vita di un individuo.
All’interno di questo contesto deve avvenire l’educazione di un soggetto che implica la totalità degli elementi che permetteranno alla personalità di svilupparsi armoniosamente per formare un adulto felice e ben adattato nella società nella quale dovrà vivere. Le strutture familiari nel mondo sono diverse e mutano secondo le culture, i luoghi geografici e le epoche della storia, tanto che si può dire che ogni etnia o raggruppamento socioculturale esprime un suo genere di famiglia. Possiamo distinguere tre tipi: il clan, la famiglia allargata e la famiglia nucleare. La famiglia è l’agenzia basilare della socializzazione, la prima agenzia educativa in cui hanno luogo le prime aperture verso il mondo. Gran parte dell’educazione avrà per risultato le relazioni dell’individuo con i suoi simili.
Ciò che diverrà lo stampo per le relazioni sociali. Queste relazioni cominciano molto presto, dal primo anno di vita. Il bambino porterà nella mente, in modo indelebile, il peso della qualità delle relazioni che andrà ad incidere in tutte le sue future relazioni umane. Un essere allevato senza amore diventerà un adulto pieno di odio. Un neonato deve ricevere attenzioni ed avere una relazione calda e rassicurante con la madre, secondo un’espressione di Winnicott, il neonato deve sentire che la madre lo pensa.
Il legame di attaccamento, nei primi mesi di vita, è una necessità. Durante le prime settimane di vita il neonato può manifestare le sue condizioni soltanto in due modi: se sta bene è immerso in una beatitudine perfetta, sia nella veglia che nel sonno, oppure strilla e sembra molto a disagio. Le sue principali cause di piacere e di dispiacere sono nella sua pelle, nella sua sensibilità labirintica e nel suo apparato digerente. La sua sensibilità cutanea è rivelata dalle sue grida e dalla sua agitazione. Una buona madre troverà, in modo istintivo, i mezzi per procurargli piacere e soddisfare i suoi bisogni.
A mano a mano che acquista la maturità psicologica il neonato progredisce e acquista nuove possibilità per scoprire il proprio corpo ed il mondo esterno. Verso i due anni il bambino impara a porsi in maniera affettivamente differenziata tra suo padre e sua madre. Da zero a tre anni comincia a formarsi il primo “concetto di sé” Il clima più favorevole all’educazione è regolare ed ordinato con una certa elasticità, caldo e non opprimente. L’intelligenza emotiva si sviluppa dal terzo mese fino all’ottavo, con le smorfie, con il solletico e le varie forme di pianto.
Tra i 6 ed i 14 mesi la comunicazione a due si realizza nei giochi di imitazione ed il bambino impara ad usarei segnali emotivi e a leggerli sul viso dei genitori. Tra i 12 ed i 20 mesi comincia ad emergere la consapevolezza di sé come essere separato dalla “base sicura”, la madre o chi per lei. Tra i 18 ed i 30 mesi incomincia a rappresentare le emozioni nei giochi. Dopo i tre anni è più abile nel collegare le idee ai sentimenti quando i concetti sono introdotti in un contesto emotivo.
I genitori dovranno essere emotivamente più forti dei bambini. Nella famiglia vi sono tre stili educativi: 1) respingente/ trascurante, ovvero quello che viene adottato da genitori distaccati e non coinvolti; 2) iperprotettivi/ possessivi, i genitori non sono demotivati, ma si sovrappongono in ogni scelta ed iniziativa; 3) autoritario, in cui il genitore esige rispetto, fornisce regole di comportamento che hanno maggiori probabilità di essere rispettate. A volte i genitori si riconoscono impotenti di fronte alle richieste e ai capricci dei figli. Ma la famiglia è anche il maggior luogo dove si realizzano il maggior numero di fatti violenti nelle diverse forme (Marotta). Alcune volte i bambini sono rifiutati perché danno fastidio, irritano e divengono oggetto di aggressività da parte degli adulti che li accudiscono. Laddove l’istituto familiare entra in crisi, sorgono nella comunità dei problemi sociali.
Molti dei reati che accadono all’interno del contesto familiare sono legati a delle conflittualità di natura economica: contrasti ereditari per la gestione del patrimonio, illegittima appropriazione di beni di altri familiari. Altri reati riguardano la moralità dell’istituto familiare, ovvero l’induzione e lo sfruttamento della prostituzione delle mogli e dei figli. Altri, invece, riguardano la violazione delle norme che regolano la sessualità nell’interno della famiglia: incesto, violenza sulle figlie o sulla moglie. Interrogarsi su di un delitto intrafamiliare significa, in fondo, comprendere il “sistema famiglia”.
L’abuso intrafamiliare viene attuato da membri della famiglia nucleare del minore, quali i genitori biologici, adottivi, affidatari, patrigni, conviventi, fratelli o da membri della famiglia allargata quali i nonni, gli zii, i cugini. In questa tipologia rientra l’incesto, inteso come il rapporto sessuale tra persone strettamente imparentate che per legge non possono sposarsi. La violenza incestuosa avviene, di solito per lunghi periodi di tempo e spesso implica un processo di condizionamento.
L’autore, spesso, è maschio. Invece, nella psiche di colui che commette un crimine in famiglia uccidere nel proprio ambiente domestico significa ribadire il dominio proprio della vita di ciascuno, che non è accessibile agli altri. Vi sono vari tipi di reati: l’uxoricidio dal latino: uxor "moglie" e un derivato di càedere "uccidere"; più italiana, ma meno comune, la variante ussoricidio, è l'omicidio della propria moglie, l’infanticidio ed il figlicidio. Nel nostro ordinamento penale, non esiste il reato di figlicidio, ma vengono punite le condotte criminose che si configurano nei reati di "infanticidio"
(art. 578 c.p.) e di "omicidio volontario"(art. 575 c.p. e segg.).
 
 
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Comments   

Silendo_
0 #1 Silendo_ 2010-06-26 09:29
Grazie Alessia, analisi interessantissi ma ed attuale.
Sono dell'opinione che la legge italiane non offre nulla in relazione alla prevenzione di tali reati. E' oramai una triste realtà urbana di continue violenze gratuite in famiglia, genitori incapaci e disturbati che usano violenza contro i figli, mariti fuori controllo contro mogli sempre più indifese e lasciate "sole" da questa società priva di vera solidarietà umana che non sia quella pubblica. Maestre e professori notano a volte disturbi comportamentali nei bimbi, ma per salvaguardare anche la propria incolumità fisica spesso sono costretti ad evitare di fare segnalazioni o denunce, per evitare tragiche ritorsioni. In ogni scuola occorre la figura di un "entità " esterna che vigili attentamente su queste problematiche e si prenda la responsabilità di risolvere nell'immediatez za problemi che spesso degenerano in drammi familiari ed umani. Ci vuole una proposta di legge in merito, veloce, immediata, funzionale, operativa.