Criminologia

Paura della Morte e Suicidio

 
Il suicidio (dal latino “sui caedere” uccidere se stessi) è nella letteratura, tratteggiato come l’epilogo estremo di uno stato di sofferenza psichica e morale, che trova la propria realizzazione in un comportamento autolesionistico tanto grave da procurare la morte del soggetto che lo vive. L’autodistruttività umana nasce come fenomeno sociale sulla scia dello sviluppo economico degli antichi centri rurali, l’industrializzazione e monetizzazione della vita ha aggiunto un nuovo valore, all’esistenza: quello materiale, depersonalizzando l’individuo e sminuendo l’antico valore umano.
L’influenza della Chiesa ha contribuito poi a sottostimare il fenomeno nella nostra realtà, rifiutando il pubblico confronto e stigmatizzandone il comportamento, essendo l’autolesionismo ritenuto contrario al dogma religioso e possibile fonte di corruzione per i fedeli. Il costante evitamento da parte del mondo religioso ha influenzato inevitabilmente il restante mondo “laico” ed ancora oggi sul fenomeno è mantenuto un forte distacco. Al di là delle credenze religiose e della valutazione sociale, il suicidio è, di fatto, un omicidio, uccidere in tutte le culture moderne è ritenuto un atto antisociale grave e come tale severamente punito, ma nella specifica ipotesi autolesionistica il perfezionamento dell’atto conduce all’estinzione del reato perché segue la morte del reo, rendendo impossibile ogni forma sanzionatoria. Diversa è invece l’ipotesi in cui il fine della morte non viene raggiunto, l’atto è quindi tentato, ed in alcune nazioni, tra cui alcuni Stati U.S.A. che seguono la logica del reato per omicidio, perseguono l’individuo che ha fallito nell’atto di togliersi la vita.
 
Fortunatamente nel nostro paese è ritenuto reato (art. 580 c.p.) la sola azione atta a favorire e/o istigare la morte di un individuo, diverso da se stessi, non vi è alcuna persecuzione per il “reo”, che ritenuto bisognoso di aiuto medico-psicologico viene obbligato ad un periodo di osservazione e cura presso adeguate strutture sanitarie. Affrontare i diversi temi legati alla morte, tra i quali appunto il suicidio è molto difficile, in parte per le ragioni appena esposte ed in parte per favorirne la sua demonizzazione. La morte ed il suicidio sono eventi che spaventano, entrambi espongono chi ne è direttamente ed indirettamente coinvolto ad un violento confronto con la brevità della propria esistenza, alla sofferenza del distacco ed alla imprevedibilità degli eventi La maggior parte degli studi compiuti sull’argomento difficilmente lo affrontano in modo diretto, la volontà di rispettare la sensibilità e le credenze altrui limita la possibilità di offrire del fenomeno una valutazione approfondita e completa, particolarmente difficile e poi l’esperienza di analisi e comprensione compiuta all’interno di particolari categorie sociali particolarmente chiuse, come le forze di polizia che mantengono un rigido silenzio e limitano la “fuga di notizie” nella speranza di salvaguardare l’immagine di forza ed integrità, socialmente attribuita.
 
La paura
La paura ha da sempre la funzione di salvaguardare gli esseri viventi da qualunque evento o minaccia possa mettere in pericolo la loro sopravvivenza. Nell’uomo, questa emozione si è evoluta, distinguendosi dalla mera reazione istintiva nell’animale, sviluppando un complesso intreccio di circuiti emotivo-cognitivi, in grado non solo di fornire adeguate risposte agli eventi ma anche acquisendo informazioni indispensabili a prevenire i realizzarsi di eventi potenzialmente pericolosi. L’uomo si realizza come individuo nel continuo confronto con altri individui, attraverso intense relazioni interpersonali che, di fatto, hanno spostato la necessità di sopravvivenza da un primitivo ed animale livello meramente fisico ed egoistico ad un più elevato livello emotivo- sentimentale e sociale.
 
La paura, nel tempo, è quindi divenuta per l’uomo protettrice non solo dell’integrità fisica ma anche della sofferenza mentale e del distacco dagli altri (o da oggetti che li ricordino). Questo ampliamento del campo d’azione della paura, è costata all’uomo la definizione, da parte di molti scienziati, di essere vivente con il maggior numero di fobie. Tra queste, la paura della morte o di morire è considerata una delle più significative. Lo spettro rappresentato dalla fine della vita risulta essere un ostacolo difficile da superare, molte delle rinunce compiute nell’arco della propria esistenza, sono fortemente condizionate dal terrore che tutto possa definitivamente concludersi o che si possa perdere un amico, una compagna o un genitore, per “sempre”. La morte, fisica e morale, è un evento da evitare con ogni mezzo, maggiore è il rischio di compromettere la sopravvivenza, (che è sempre il fine ultimo di ogni azione), maggiore sarà l’intensità dell’attivazione della difesa. Morire, nell’immaginario collettivo, rappresenta quindi la fine di tutto, il distacco eterno dalla propria esistenza, ma non solo, la tanatologia moderna, infatti, identifica, nella più generale paura della morte, un nuovo concetto legato cioè alla paura di morire, intesa come ultimi istanti di vita o momento precedente la fine. La morte è quindi un evento che può essere osservato da due diverse angolazioni, una prima riferita alla desolazione post mortem ed una seconda alla sofferenza del periodo ante mortem. Questa sottile ma netta separazione dello “spettro morte” contribuisce a comprendere, ad esempio, perché, anche in coloro che possiedono una forte fede religiosa, e quindi la certezza di una miglior vita dopo il trapasso, è ugualmente presente l’ansia della morte. Essi, infatti, non temono l’idea della fine, ma le dinamiche che conducono ad essa, nell’ansia palesano il bisogno di sperare che il viaggio avvenga con il minor dolore fisico e morale possibile, al contrario di chi, privo di fede, trema all’idea di dover abbandonare la vita e tutto ciò che è ad essa legato. Indipendentemente dalla specifica paura in relazione alla morte, l’attaccamento alla vita risulta quindi essere un deterrente forte per indurre l’individuo e compiere numerose ed importanti rinunce o sensibili modificazioni dei propri comportamenti, evitando il realizzarsi del evento temuto. Ricerca sulle paure Nell’ottica di analizzare e comprendere il trend in relazione alla paura è stata compita una ricerca empirica su un campione significativo di individui, suddivisi in tre grandi gruppi, (operatori di polizia, personale civile e minori), i quali si sono volontariamente sottoposti ad un questionario comprensivo di 24 items, tra i quali era presente il seguente: Tra le seguenti opzioni, quale maggiormente di spaventa ( morire, rimanere menomato, non essere all’altezza della situazione, essere deriso).
 
L’analisi dei risultati ha evidenziato un dato significativo che contrasta con il comune pensiero che identifica la generale paura della morte come la regina tra le fobie umane. La ricerca compiuta ha, infatti, dimostrato che l’ansia più significativa, per gli intervistati, non è legata alla morte ma alla possibilità di sopravvivere ad un evento dannoso con gravi menomazioni fisiche. Nel dettaglio delle risposte appare di grande interesse l’osservazione delle percentuali suddivise per gruppo sociale (vedi grafico). Il gruppo identificato come “minori”, ad esempio, pone la paura nei confronti della morte al pari di quella relativa ad una possibile menomazione fisica; grande rilevanza viene data anche alla possibilità, di essere derisi, di fronte ad un evento, o di non essere accettati all’interno del gruppo di riferimento, dati questi in linea con la loro giovane età, indice di scarsa indipendenza sociale e affermazione della propria identità. Il gruppo identificato come “personale civile”, tra i quali vi sono molti sportivi estremi, identificano l’ansia della menomazione fisica come la primaria fonte di paura con una percentuale di molto superiore rispetto alla possibilità di morire, scarso interesse è stato offerto alla possibilità di essere derisi (intesa come non accettazione in relazione alle proprie figure di riferimento), mentre la possibilità di non possedere sufficienti risorse per fronteggiare un possibile pericolo si è dimostrata inesistente ( con una percentuale vicina allo 0%), sintomo di una minore esposizione ad eventi che richiedano per il loro superamento risorse “speciali”.
 
grafico_suicidio.jpg
 

Il gruppo identificato come “operatori di polizia”, presenta, rispetto agli altri, la più bassa percentuale di ansia in relazione alla possibilità di morire, causa di inconsapevole accettazione di quello specifico rischio, considerato possibile danno collaterale alla professione intrapresa, grande rilevanza è offerta alla possibilità di sopravvivere in una condizione di diversamente abile, anche questo elemento coerente con la scelta professionale compiuta, infatti è convinzione comune (errata) che gli appartenenti alle forze di polizia siano maggiormente esposti a pericoli rispetto al resto della società. Di grande interesse, in relazione alle dinamiche emotive è risultata la significativa percentuale di intervistati che hanno valutato quale primaria fonte di ansia la possibilità di non possedere adeguate risorse al superamento di situazioni potenzialmente pericolose, dato questo che dimostra quanto probabili e possibili esposizioni ad eventi stessogeni contribuiscano ad aumentare la consapevolezza che la mancanza di strumenti adeguati al fronteggiameto delle minacce è un deficit grave, in grado di esporre l’individuo a rischi anche molto gravi, non necessariamente legati alla morte. Attraverso l’osservazione del grafico è possibile anche ipotizzare quali siano per categoria le priorità rispetto alla vita.
 
Paura e suicidio in polizia
Alcuni dati emersi dall’osservazione dell’item sulle ipotesi di eventi maggiormente preoccupanti possono contribuire a comprendere quali dinamiche interagiscono nella scelta della morte come atto risolutivo di una situazione emotiva fortemente destabilizzata. A tal proposito si ritengono di grande interesse le percentuali relative alle risposte fornite dal gruppo identificato come “operatori di polizia”, categoria sociale notoriamente coinvolta in fenomeni suicidiari, dai quali è emerso che la morte è un evento già elaborato e parte integrante di una scelta professionale chiara e definitiva, oltre a consolidare, la convinzione, per altro errata, di svolgere un’attività lavorativa tra le più esposte ai pericoli induce ad accettare la morte come una possibile conseguenza di essa. Le paure e tutti i circuiti difensivi ad esse collegati, si attivano per offrire all’individuo una possibilità di sopravvivenza e fornendo le risorse straordinarie (biologiche ed emotive) necessarie a porre l’evento sotto il controllo di chi lo affronta, provare paura quindi stimola o a evitare la minaccia o a delimitarla. Ad esempio, per ridurre l’ansia della morte è sufficiente dimenticare l’antico monito “memento mori” (ricorda che dovrai morire). Per gli appartenenti alle forze di polizia, la morte, si è visto, non è la sola fonte di ansia, la sua inconsapevole elaborazione ne favorisce il “controllo” e riduce l’intensità dell’emozione prodotta. Mantenere un elevato livello di attenzione e preparazione rispetto alla propria professione è invece il comportamento ideo a ridurre l’ansia prodotta dalla possibilità di non superare adeguatamente la situazione (possibilità di menomazioni) o la possibilità di non essere capaci di superarla (non essere all’altezza).
 
Da ciò ne deriva che la paura è uno stimolo fondamentale a migliorare sé stessi per allontanare l’ipotesi che l’evento temuto si possa realizzare, ma la paura, come tutte le esperienze interiori può, se particolarmente intensa, produrre una rottura dell’equilibrio emotivo, che richiede, terminata la “fase dell’emergenza”, un grande sforzo del soggetto per ristabilire la quiete necessaria ad una serena esistenza, la paura offre la sopravvivenza in cambio di un forte sconvolgimento dell’anima. L’incapacità di adottare percorsi personali indispensabili a riacquistare la serenità rispetto ad un intensa emozione di paura, sviluppa nel soggetto sentimenti di fallimento ed inutilità che possono, se non recuperati, indurlo a vivere uno stato di forte solitudine sociale e confusione emotiva, favorendo nel tempo il cronicizzarsi di un perenne stato d’ansia fortemente logorante per l’equilibrio psichico. Inoltre, la consapevolezza di una carenza nelle capacità di copyng (fronteggiameto) sensibilizza il soggetto a mantenere un elevato stato di allerta e vigilanza, che inevitabilmente sviluppa distress (stress negativo), anch’esso altamente destabilizzante per l’equilibrio psicofisico del soggetto. Anche se fortunatamente le modificazioni emotive conseguenti ad un fronteggiamento inefficiente ed inefficace, sono nella maggior parte dei casi destinate ad esaurirsi in un tempo relativamente breve, in alcuni individui un tale terremoto emotivo più condurre ad un declino grave.
 
Tornando alle ipotesi proposte dagli operatori di polizia, la paura può essere causa di sconvolgimento se espone il soggetto alla concreta possibilità di morire, se lo espone ad un reale pericolo fisico grave o se percepisce violentemente l’incontrollabilità di ciò che sta affrontando. Se nelle prime due ipotesi la sola esposizione potrebbe non essere sufficiente a produrre gravi danni emotivi, perché non si è realizzato l’evento temuto, la terza ipotesi, quella cioè legata alla capacità di copyng, impone al soggetto un costante confronto con il proprio fallimento, il rischio è rappresentato dalla possibilità di cronicizzare uno stato d’ansia rispetto alla continua rievocazione della propria sconfitta, con la neo acquisita consapevolezza di “non essere stati all’altezza” degli eventi, di non possedere le risorse e le capacità necessarie ad affrontare il “futuro”. Futuro che diviene quindi, un elemento con funzione destabilizzante nel difficile percorso di riacquistare la serenità necessaria a curare le ferite emotive prodotte dall’ansia. La naturale percezione di immortalità conseguente all’allontanamento del pensiero della morte, che immerge il soggetto in una dimensione temporale di infinito, se per la maggior parte degli individui favorisce la controllabilità della paura verso la morte, nei soggetti che hanno sviluppato l’ansia verso il futuro contribuisce invece ad incrementale l’incontrollabilità dell’emozione, aumentando l’intensità della paura.
 
L’incerto rappresentato dal momento della morte contro il certo rappresentato dal confronto con la consapevolezza del proprio fallimento. Rispetto ad un qualunque evento che produca ansia, i sistemi automatici di difesa attivati in primis dalla paura, si mobilitano per offrire all’individuo una via alternativa allo stesso, che gli consenta di superarlo o evitarlo, ponendolo comunque sotto il proprio controllo razionale. Nella condizione sopra descritta, l’ansia è rappresentata in gran parte dal futuro, che appare difficile, incerto e responsabile del continuo confronto con il proprio fallimento. Inconsapevolmente la morte, può divenire quindi un elemento stabilizzante, in grado di dare un limite all’infinito rappresentato dal futuro e offrendo un confine temporale alla sofferenza vissuta.
 
La morte diviene un obbiettivo da raggiungere, una meta da conquistare tanto da modificare anche il naturale desiderio di attaccamento alla vita ed ai legami sentimentali. Conoscere il preciso momento della propria morte diviene, per assurdo, l’unico modo per rendere controllabile l’ansia, delineare inconsapevolmente un confine oltre al quale si può intravedere la salvezza. Una condizione emotiva tanto condizionata e stravolta dal permanere di un continuo senso di ansia che non solo destabilizza il soggetto, ma enfatizza anche l’incontrollabilità dell’emozione rispetto tutto ciò che riguarda il suo futuro, grazie anche all’immaginazione e l’ipotetica creazione di fantasiose difficoltà ritenute insuperabili, cancella definitivamente la naturale paura della morte, favorendone il desiderio di realizzazione.
 
Venendo meno al limite imposto dal terrore di “andarsene”, soffocato dalla più grande paura verso l’inutilità delle proprie risorse, l’individuo sarà libero di fuggire dalla paura più intensa e minacciosa (ansia di vita), per rifugiarsi in quella ormai inesistente (la morte) e, come abbiamo visto, anche desiderata, perché ritenuta l’unica via alla “sopravvivenza”. Morire diviene quindi, per assurdo, la SOLUZIONE, l’unica via possibile al superamento dell’ansia percepita. Non deve essere dimenticato, che gli operatori di polizia, vivono, ingiustamente, sulla loro pelle la percezione di essere una categoria a rischio suicidio, questa falsa convinzione di essere possibili soggetti destinata ad una volontaria interruzione della propria esistenza, può, in particolari condizioni, essere di stimolo ad una scelta difficile e definitiva come quella della morte come fuga. In un tale sconvolgimento emotivo, la paura, assolve con la morte, al compito di proteggere l’individuo dall’evento temuto, dal pericolo percepito, dalla fonte di ansia insostenibile.
 
L’ultimo vero ostacolo quindi alla realizzazione di un percorso suicidiario, come soluzione alla propria condizione, rimane la paura legata agli ultimi istanti di vita. La possibile sofferenza fisica, inevitabilmente legata alla scelta del mezzo con il quale realizzare il proprio obbiettivo, ostacola il desiderio di serenità rappresentato dalla morte. Negli operatori di polizia la scelta inevitabilmente cade sulla propria arma di ordinanza, anche per le donne che notoriamente sono inclini ad utilizzare in queste circostanze farmaci o veleni. L’arma da fuoco viene scelta, sia perchè simbolo di un forte senso di appartenenza che perché ritenuto mezzo efficace, immediato e non sofferente.
 
Lo Scopo di questa analisi non è quello di stigmatizzare una determinata categoria sociale, identificandola come responsabile di atteggiamenti suicidiari, ma semplicemente verificare la presenza di possibili predisposizioni al suicidio di una categoria professionale particolarmente coinvolta e sensibile al fenomeno, nonostante la percentuale delle “vittime” suicide nelle forze di polizia siano in linea con le statistiche dell’intera popolazione. Lo studio compiuto a dimostrato che un terzo della popolazione di polizia, vive ansiosamente una condizione (non essere all’altezza), meno sentita dal resto della società, che se mal gestita potrebbe riprodurre le condizioni idonee a compiere questo tipo di scelta; indipendentemente dalla causa scatenante, che potrebbe essere identificata in situazione estranee alla specificità della professione.
 
Indubbiamente si è dimostrato che la quotidianità comportamentale di questa categoria può sviluppare una particolare ansia verso una condizione che può influire sulla valutazione di una scelta definitiva come la morte volontaria, ma senza imputarne la responsabilità. Carenza di informazione ed immedesimazione, in questa particolare categoria, sviluppano emozioni di abbandono, rabbia e impotenza che se non affrontate possono rilevarsi fondamentali nella rievocazioni di comportamenti autolesionistici.
 

Comments   

ulysse
+4 #3 ulysse 2010-01-30 18:43
Buonasera a tutti, sono un nuovo iscritto.

Oltre a complimentarmi con Danilo per l'articolo sottolineo la risposta di Silendo, perchè credo che molto dipenda anche dalla nostra "cultura" a volte ipocrita con cui tendiamo a deridere o schernire le persone, azione questa che favorisce, in chi ha già una fragilità caratteriale, la tendenza verso il suicidio o quantomeno a pensarci.
Sono poi dell'idea che un maggiore senso di "appartenenza" possa essere un ottimo volano per superare le difficoltà.
Da appartenente poi al "gruppo" in osservazione, posso dirvi che questo senso di "appartenenza" è molto ridotto, quindi l'emarginazione è la scintilla che fa scattare il meccanismo, di per se privo di combustibile.
Mattew
+3 #2 Mattew 2010-01-29 10:35
Salve a tutti. Mi sono trovato in una situazione difficile della mia vita e devo ammettere di aver provato tutte le sensazioni descritte dal dott. Levote. E stata durissima tornare a galla. Confermo tutto quanto scritto.
Grazie.
Silendo_
+3 #1 Silendo_ 2010-01-27 20:55
Grazie Danilo per l'interessantis simo ed importante argomento.
A volte certe situazioni particolari non godono di molta attenzione da parte dell'opinione pubblica occupata a vivere in questa società frenetica e consumistica, dove i problemi reali vengono spesso sopraffatti dal gossip e da notizie futili create forse ad hoc per "distrarre" la persona dalla realtà e lasciarla nel suo "mondo" sempre più virtuale.
Esiste un mondo di "emarginati" che vivono il loro dolore ed il loro trauma nel silenzio, spesso mischiati nella quotidianità tra la gente comune, senza che nessuno si accorga di nulla... e non sono poche. Per non parlare di quanti con la loro semplice "indifferenza" di certo non fanno nulla per dare un piccolo aiuto, a volte basterebbe un sorriso (e non è uno stereotipo o una frase di circostanza).

Grazie ancora.
Silendo