Criminologia

Reato di Stalking ed Imputabilità

L'essere amata è per la donna un bisogno superiore a quello di amare, senza arrivare all’ossessione.
Da sempre, ci sono persone che malauguratamente hanno trovato nel loro percorso di vita, chi le abbia corteggiate in modo insistente, oppure anche solo per poco tempo importunate in bus, al bar ed in altri luoghi pubblici, presentandosi “sempre” nei momenti in cui queste erano presenti.

A volte, si ritiene questa “una casualità”, trovarli nel bar che si frequenta di solito a prendere un caffè, o magari nello stesso bus per recarsi al lavoro.
Ma tutto ciò che sembrava casuale, a volte cambia aspetto e diventa “OSSESSIONE”.
Le persone che si ritrovavano in queste situazioni (principalmente donne), per timore di non essere credute oppure perché loro stesse avevano dubbi sul reale motivo della presenza di questa persona “invadente” (nella maggior parte dei casi uomo) nei luoghi a loro abituali, non sempre esprimono il disagio che provano.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di persone che la vittima conosce, come ex compagni che non hanno accettato la fine del rapporto, o comunque uomini che hanno sempre a che fare con il cerchio delle amicizie o familiare della vittima, colleghi di lavoro, o comunemente uomini che da un semplice atteggiamento risultato gentile hanno fatto di quella donna il loro pensiero fisso.
Sono queste caratteristiche, che fanno in modo che l’eventuale stalker, per i primi momenti non venga fatto rientrare in questa tipologia di molestatori. Perché risulta essere “impossibile” che proprio lui, colui che magari si è amato tanto oppure il vicino che si è sempre dimostrato gentile od il collega sempre disponibile a darti una mano, rientri tra questi portatori di un disturbo ossessivo.
Le persone che che vengono ritenute degli stalker, hanno determinati comportamenti, che vanno al di fuori del semplice apprezzamento della compagnia della vittima.
Lo stalker è intrusivo ed insistente, desidera ad ogni costo avere un contatto con quella che viene designata come la sua vittima.
Lo stalker agisce con comportamenti molesti, effettua pedinamenti, appostamenti di fronte casa della vittima o nei luoghi da essa frequentati, invia lettere, sms, telefonate, pacchi dono, ecc. Gesti che inizialmente vengono scambiati come “segni d’affetto”, poi diventano ossessivi, indesiderati poiché reiterati ed intrusivi.

La vittima perseguitata inizia a vivere nel terrore psicologico, accusa disturbi del sonno, disturbi d’ansia, alterazioni del tono dell’umore, crisi di pianto, mette in atto comportamenti di evitamento limitandosi nella vita sociale e privata, fino ad arrivare talvolta allo sviluppo del disturbo post-traumatico da stress.
Se rifiutato lo stalker si mostra aggressivo, minaccia, inveisce contro la vittima, ne danneggia gli oggetti, può anche arrivare ad ucciderla. Vittime principali degli stalker sono le donne per l'80% dei casi. Donne che per il 20% hanno un'età' compresa tra i 18 e i 24 anni, il 7% ha tra i 35 e i 44 anni, l'1,5% ha più di 55 anni. Due, invece, le tipologie di stalker: la prima è costituita da uomini che, nel 55% dei casi, hanno un'età' compresa tra i 18 e i 25 anni e molestano la vittima a causa di un abbandono o di un amore non corrisposto. La seconda categoria è sempre costituita da uomini la cui età sale a 55 anni e oltre se la causa del comportamento patologico è rappresentata da una separazione o un divorzio. Tra le categorie di stalker, i molestatori sessuali abituali e i cosiddetti 'conquistatori maldestri'. Entrambi presentano talvolta modalità compulsive e possono giungere a vere e proprie forme di delirio, ma mentre i primi possono divenire potenziali stupratori, i 'conquistatori maldestri' risultano normalmente pressoché' innocui.
Ci sono ora pareri contrastanti sul definire lo stalker come “malato di disturbo ossessivo” oppure non affetto da patologia mentale, poiché ben conscio del fatto che i suoi comportamenti hanno alla base la volontà.
Non esisteva in Italia una normativa specifica che regolamentasse la “sindrome del molestatore assillante”, ci si poteva riferire all’art 660 (Molestia o disturbo alle persone) del Codice Penale che recitava come segue:


“Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a cinquecentosedici euro”.
Dal 18 giugno 2008 però il Consiglio dei Ministri ha approvato il ddl che ha introdotto nel codice penale il reato di stalking. L’art. 612 bis prevede non una semplice contravvenzione ma da 6 mesi a 4 anni di reclusione. A seguito della querela della persona offesa il delitto è punibile, eccetto quando si verifichino le aggravanti in cui vi è la procedibilità d’ufficio o quando si tratta di stalker che in precedenza era già stato individuato come responsabile di comportamenti persecutori.
Importante quindi la denuncia delle vittime di stalking, per individuare il soggetto e capire se ci si trovi in presenza di reale pericolo per la persona che denuncia, quindi intervenire con la procedura più adatta.


Art. 612 del codice penale per il reato di stalking:

Atti persecutori - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque reiteratamente, con qualunque mezzo, minaccia o molesta taluno in modo tale da infliggergli un grave disagio psichico ovvero da determinare un giustificato timore per la sicurezza personale propria o di una persona vicina o comunque da pregiudicare in maniera rilevante il suo modo di vivere, è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a quattro anni.
La pena è aumentata fino a due terzi se il fatto è commesso da persona già condannata per il delitto di cui al primo comma. La pena è aumentata fino alla metà e si procede d'ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore ovvero se ricorre una delle condizioni previste dall'articolo 339. Si procede altresì d'ufficio se il fatto è commesso con minacce gravi ovvero nei casi in cui il fatto è connesso con altro delitto per il quale è prevista la procedibilità d'ufficio.

Diffida - La persona che si ritiene offesa da condotta che può presentare gli elementi del reato di cui all'articolo 612-bis può presentare all'autorità competente richiesta di diffida all'autore della stessa. Quando sussistono specifici elementi che fanno ritenere fondato il pericolo di reiterazione del reato di cui all'articolo 612-bis, l'autorità di pubblica sicurezza, su autorizzazione del pubblico ministero che procede, diffida formalmente l'indagato dal compiere ulteriori atti persecutori. La diffida è notificata all'indagato con le forme di cui agli articoli da 148 a 171 del codice di procedura penale. Se nonostante la diffida formale l'indagato commette nuovi atti persecutori espressamente denunciati all'autorità, il reato è perseguibile d'ufficio e la pena detentiva prevista dal primo comma dell'articolo 612-bis è aumentata fino a sei anni. La pena è della reclusione da quattro a quattordici anni se il fatto è commesso in seguito ad atti persecutori di cui all'articolo 612-bis.

Esempi di stalker che non riconosciuto tale, ha comportato l’omicidio della vittima:

1° caso:

La prima storia accade a Cossato (Biella). È la mattina del 22 novembre 2005: Deborah Rizzato, 25 anni, sta andando a lavorare quando Emiliano Santangelo le tende un agguato e la uccide con 7 coltellate. Sono trascorsi più di dieci anni dal loro primo incontro, e dalla violenza sessuale subìta da una Deborah appena tredicenne che considerava Emiliano il suo principe azzurro. Anni in cui quella breve storia tra adolescenti si trasforma in una vera e propria persecuzione, con minacce, appostamenti, telefonate ossessive, registrate dalla stessa Deborah. Fino all'omicidio. A nulla sono servite le continue denunce di Deborah nei confronti di Emiliano. Nessuno ha potuto fermare quella mano omicida.

2° caso:

Il caso di Debora Rizzato, 23 anni, uccisa dal proprio persecutore in un parcheggio nel novembre dello scorso anno. Da anni e anni la molestava, e le denunce erano solo servite a fargli scontare un (evidentemente) troppo breve periodo di detenzione. Che ovviamente era scattata solo quando l’individuo era passato ai fatti, violentandola che era ancora ragazzina.

3° caso:

Maria Antonia Multari, detta Antonella, è stata massacrata in strada da Luca Delfino il 10 agosto 2007.
Luca Delfino (indagato dalla Polizia per l’omicidio di una sua ex fidanzata: Luciana Biggi, sgozzata nei vicoli di Genova nell’aprile 2006), emerge un quadro sconcertante.
Dal 20 maggio 2006, tre settimane dopo la morte di Luciana, ha iniziato a chiamare Antonella e praticamente da subito si stabilisce nel suo alloggio di Dolceacqua.

Il killer genovese ha un atteggiamento persecutorio nei confronti di Antonella e la sua mente è allucinata dal sesso, capace di piangere al telefono con Antonella e inviare a distanza di trenta secondi messaggi a due adolescenti proponendo incontri erotici.
Arriviamo a Natale 2006: lui è già stato allontanato da casa e minaccia i familiari di Maria Antonia, viene denunciato e però si ristabilisce nell’appartamento di lei. Ecco quindi il trimestre più duro, il preludio del delitto.

Il 13 aprile 2007, Antonella dopo alcune frasi di Luca insorge e lo accusa d’essere un pazzo psicopatico.
Antonella riesce a cacciarlo alla fine di aprile, il tormento non si placa. Fino a metà agosto, quando lui parte da casa con cinque paia di guanti diversi e un coltello lungo 20 centimetri.

Con adeguata denuncia da parte delle vittime e soprattutto con tutela in ambito legale, dettagliata del tipo di reato, vittime come queste elencate precedentemente probabilmente non ci sarebbero state anche solo si sarebbe evitato l’omicidio.

 

Comments   

Silendo_
0 #3 Silendo_ 2010-02-12 22:47
Questo della "superficialità " (di chi indaga o di chi giudica) è un problema relativo, ed è in ogni caso capacità ed intelligenza di entrambi i soggetti evitare simili situazioni critiche già quando si ha anche solo il sentore che qualcosa possa degenerare e la situazione possa sfuggire di mano per un susseguirsi di causa-effetto. Ci sono donne che prima iniziano un rapporto intenso con un parthner, poi successivamente ne conoscono un altro ol altri... per cui provano maggiore interesse, e non si pongono affatto il problema di chiudere qualcosa che gli è diventanto "scomodo" o comunque "ingombrante" utilizzando le tecniche più meschine (per non usare altri aggettivi più consoni). Ma non è comunque giustificabile nessuna reazione violenta o di persecuzione per tentare di ripristinare il rapporto perduto o per spirito di vendetta.
Silendo_
0 #2 Silendo_ 2010-02-12 22:36
Beh, è evidente che ci sia un qualcosa che ha fatto scatenare il raptus violento, ma in ogni caso è da considerare che una persona "normale" dovrebbe potersi controllare anche in extremis, mentre una personalità mentalmente disturbata è più soggetta a certi stimoli emotivi e quindi incapace di "autocontrollo" . E' chiaro che in diversi casi la vittima non è altro che quella che "istiga" in modo quasi esasperato a certi comportamenti di risposta violenta (comunque sia mai giustificabili) dell'aggressore , ma proprio per questi motivi è necessario ulteriore autocontrollo affinche certe situazioni che sembrano normali si trasformino in drammi che poi occupano pagine di cronaca nera. In effetti la superficialità è dovuta al fatto che chi si nomina "vittima" è quella che poi denuncia o querela, e paradossalmente il soggetto "violento" è quello che sarà casomai incriminato se non ha elementi validi in sua difesa.
ted bundy
0 #1 ted bundy 2010-02-11 12:53
sarebbe interessante affrontare la questione in termini di psicologia di gruppo. Mi spiego meglio : di solito si studia molto l omicida e scarsamente la vittima, in caso di omicidio cio essendo giustificato dal fatto che non esiste piu ma in altri casi, come stupro o violenza reiterata su ex conviventi, ex mogli e fidanzate, o donne corteggiate e poi perseguitate, andando a studiare le vittime certo si troverebbe che a livello psicologico hanno di sicuro fatto molto per scatenare la violenza dell aggressore. La perfidia e il male non conoscono limiti, talvolta chi aggredisce lo fa per motivazioni reali, sebbene soggettive.