Criminologia

La Pedofilia

Il tema della pedofilia anche se oggi di molta attualità, è per i più materia sconosciuta. Gli ultimi mesi sono stati ricchi di eventi che hanno visto i bambini vittime di episodi di violenza o abuso da parte di adulti.

Una tale “emergenza” sociale ha scosso l’opinione pubblica, ed i media hanno speso numerose parole per cercare offrire un quadro informativo completo, che consentisse di comprendere il fenomeno e ricercare interventi che potessero essere attuati al fine di prevedere e prevenire azioni tanto gravi, oltre al voler favorire un rifiuto sociale verso il fenomeno.

In alcuni casi però, l’intensa produzione mediatica di servizi sul tema (overloading information) ha sortito l’effetto contrario rispetto a quanto voluto. L’aumento del dissenso sociale, induce il pedofilo ad attuare, per paura, maggiori precauzioni nell’avvicinare le vittime, maggiori accorgimenti per impedire che le sue azioni vengano scoperte, rendendo molto più complessa l’attività di indagine e di prevenzione svolta dalle forze dell’ordine.  

Il grande impegno sociale - mediatico dedicato al tema, nella realtà ha divulgato poche informazioni realmente importanti ed esemplificative del fenomeno, come ad esempio: la personalità del possibile pedofilo, la relazione che si potrebbe instaurare tra l’abusante e l’abusato, gli ambienti sociali che favoriscono comportamenti di abuso ed infine su cosa realmente si deve intendere per abuso.

Da lungo tempo si descrive la figura del pedofilo come quella di un mostro, di un maniaco, isolato e sconosciuto, che opera all’aperto, in luoghi bui ed isolati, aggredendo o importunando occasionalmente le proprie piccole vittime, senza aver alcun legame con loro; una sorta di individuo asociale, che potrebbe essere immaginato come un uomo scuro e spaventoso.

La realtà dei fatti, purtroppo, dimostra che quella sopra descritto non sia il profilo di un possibile pedofilo, nella realtà gli abusi sessuali perpetrati in danno dei minori, si compiono nella maggior parte dei casi all’interno di contesti conosciuti alla vittima, come scuole, luoghi di ritrovo e non ultimo, nell’ambito familiare: tutte situazioni che apparentemente devono offrire garanzie di protezione.

Gli abusanti, a conferma di quanto rilevato, sono nella maggior parte dei casi, familiari o conoscenti della possibile vittima, persone nelle quali spesso il fanciullo riversa la propria fiducia.

La tipologia dell’abusante è prevalentemente maschile di età adulta, ma troppo variabile per essere delineata, riconducibile a tratti di immaturità psicosessuale, passività, impotenza, inadeguatezza genitale, infantilismo, segni di compensazione nelle carenze affettive oltre ad una possibile malattia mentale.

Il pedofilo, vive una propria valutazione delle azioni che compie, credendo nella correttezza dei suoi desideri, ritenendo ingiusta la società che impedisce di godere pienamente del bambino e impedisce al bambino di godere pienamente dell’adulto (Schinaia).

Il pedofilo vive come se fosse un ragazzo in mezzo ad altri ragazzi nel magico mondo del gioco, per il pedofilo non esiste sviluppo oltre l’adolescenza; nei ragazzi ricerca la sua immagine, è attratto da coloro che rappresentano ciò che voleva essere.

Da qui nasce il desiderio di ricercare una professione che consenta un costante e continuo contatto con la fonte del proprio desiderio, senza dover necessariamente attuare azioni di “copertura” ed avere allo stesso tempo l’approvazione sociale.

Nel trascorso di vita del possibile pedofilo non è difficile rilevare un’infanzia isolata, vissuta con invidia nei confronti della vitalità dimostrata dai suoi coetanei ed un pregresso abuso o maltrattamento in età adolescenziale.

Le vittime sono prevalentemente bambini in età preadolescenziale (8-12 anni) di sesso femminile, ma il rapporto del CENSIS, evidenza una continua tendenza all’abbassamento dell’età in cui si è maggiormente esposti al pericolo abuso. Vengono scelti bambini difficili, con problematiche familiari, sottomessi o particolarmente timidi ed introversi, non solo per la facilità di adescamento ma anche per caratteristica di attrazione (rappresentazione di sé stessi).

Le condizioni sociali sia dell’abusante che dell’abusato, non incidono minimamente sulla possibilità di essere carnefici o vittime.

Le particolari condizioni emotive entro le quali la maggior parte delle violenze vengono consumate, impediscono di eseguire un preciso studio ed analisi del fenomeno; le possibilità che la vittima possa denunciare quanto subìto vengono limitate dal possibile legame “affettivo” con l’aggressore che favorisce nel giovane abusato la possibilità di sviluppare particolari condizioni come la vergogna, i sensi di colpa legati a possibili ricatti affetti, la paura della reazione degli adulti non coinvolti, la possibilità di non essere creduti ed esclusi dal contesto nel quale si trovano favorendo in questo, lo sviluppo del sommerso (abusi non denunciati).

Chiaramente vi sono anche situazioni nelle quali il mantenimento del segreto viene ottenuto con la sola minaccia fisica, con la forza, determinando una maggiore resistenza alla divulgazione per paura di crudeli ritorsioni.

L’alta percentuale di sommerso è un problema estremamente grave che le forze politiche, sociali e di polizia cercano di debellare, favorendo maggiori informazioni sul fenomeno e prestando maggiore attenzione alle possibili vittime.

La relazione che si viene ad instaurare tra la vittima ed il suo aguzzino attiva diverse tipologie di risposta al trauma subito. Le risposte alla violenza possono continuare a svilupparsi anche per molto tempo dopo l’atto, limitando la capacità di sentirsi adulti e crescere in modo autonomo.

L’abusante percepisce e sfrutta nella fase dell’adescamento, la tentazione dell’adolescente di realizzare il desiderio di sostituzione dell’adulto, bruciandone il percorso naturale.

Le risposte individuali delle povere vittime possono anche condurre ad una sorta di “identificazione con l’aggressore” (sindrome di Gimmy)*: esiste una forte correlazione tra gli abusi subiti e la possibilità di divenire in età adulta, abusanti.

Valutare e comprendere la gravità della violenza subita dal minore può essere utile per prevedere  e quindi prevenire eventuali sviluppi aggravanti successivi all’atto sessuale subito; nella gran parte delle condotte pedofile la maggior forza imposta dall’abusante è rappresentata dal suo ruolo di adulto e dalla dipendenza psicologica ed affettiva subita dalla vittima anche se raggiunta attraverso comportamenti seduttivi, apparentemente non violenti.

Risulta quindi indispensabile comprendere di fronte ad una segnalazione, una denuncia o una presunzione di abuso su minori, quali siano le reali condizioni, è fondamentale eseguire un’attenta valutazione non solo sulla presunta vittima, ma anche su ciò che lo circonda, primi fra tutti gli adulti.

Un attento esame dell’intera situazione potrebbe risultare importante per acquisire informazioni indispensabili a capire meglio le diverse fasi che hanno costituito la violenza: l’adescamento, l’interazione sessuale, la segretezza dell’abuso, la negoziazione della verità.

Quando si parla di abusi sui minori si fa riferimento a tre grandi forme:

Abusi sessuali manifesti: azioni compiute attraverso comportamenti che comprendono il contatto fisico, non necessariamente penetrativo.

Abusi sessuali mascherati: (non-contact abuse) azioni compiute attraverso forme di contatto meno invasive e manifeste ma ritenute ugualmente gravi, come ad esempio “le pratiche genitali assistite e l’abuso assistito”.

Pseudo- abusi: azioni in cui la violenza viene dichiarata, descritta o denunciata, dal bambino/a, ma che non è mai realmente avvenuta.

In questa sede non si intende colpevolizzare nessuno, né tanto meno insinuare che le famiglie, le scuole o altri luoghi educativi, siano pericolosi perché frequentati da possibili pedofili, ma non si può certo non considerare ed analizzare la realtà dei fatti, anche se fa emergere una realtà poco piacevole.

Si ritiene che sia molto importante fornire le corrette informazioni su un tema tanto delicato quanto quello degli abusi sui minori, perché solo avendo un’esatta visione del fenomeno si può attuare una corretta vigilanza.

L’attenzione deve essere massima, senza mai cadere nell’emergenza e nella fobia, le situazioni ritenute ambigue devono essere segnalate, analizzate ed interpretate da persone competenti e che non abbiamo legami affettivi con le possibili vittime, per evitare, condizionamenti.

Possibili fattori protettivi per i minori:

Esitono condizioni che possono minimizzare le conseguenze traumatiche per i bambini vittime di abusi, favorendo le loro capacità di resistenza e protezione.

Sicuramente al primo posto si colloca una buona relazione con almeno un adulto significativo, non necessariamente un genitore, il possedere capacità di far fronte al problema, buona capacità di relazione ed infine possedere nel proprio ambiente di vita una fonte di gratificazione. Anche l’evitamento (negazione dell’evento) può risultare essere una strategia efficace, ma solo nel breve periodo, impedendo il percorso di elaborazione del trauma e quindi il suo superamento.

I contenuti di questo breve elaborato, non sono certo esaustivi di un problema tanto vasto e grave, si vogliono semplicemente fornire informazioni utili a saperne di più ma che dovranno necessariamente essere approfondite.

 


*[nella sindrome di Gimmy, esattamente come accade in quella si definita di Stoccolma, la vittima si immedesima come complice dell’aggressore, spingendo l’abusato a distaccarsi dalla sua normale cerchia amicale]