Criminologia

Mafia: per i boss comunicare è ‘sacro’

Ci dobbiamo accontentare della Divina Provvidenza del mezzo che ci permette” scriveva Bernardo Provenzano in una delle sue missive, invitando i suoi adepti a non lamentarsi di usare i pizzini per comunicare perché era questo lo strumento che la “Provvidenza” aveva concesso per portare avanti “Con il volere di Dio” (espressione fra le più utilizzate dal boss corleonese) i propri compiti.

Provenzano propinava ‘perle di saggezza’ e descriveva se stesso come uomo di grande umiltà e tolleranza: “Sono nato per servire… […] Voglio essere un servitore”, così ha scritto più volte. Ma chi di mafia si è alimentato e chi la mafia è stato costretto a cercare di conoscerla per tentare di sconfiggerla sa bene che il mafioso, specie quello di vecchio stampo, si serve di un’aurea di modestia per far percepire, in modo ancora più inquietante, la sua potenza. E questo giochetto psicologico dalla natura tanto raffinata quanto diabolica ha funzionato per tanti anni: se lo sono tramandati in eredità molti degli uomini più potenti del sistema mafioso.

Il boss Michele Greco, recentemente scomparso, era definito il “Papa” proprio per la sua capacità di mediare, per quell’atteggiamento di parvenza ieratica e quei suoi continui riferimenti all’aspetto religioso anche durante i processi che lo riguardavano. Quello fra mafia e religione è un binomio che attraversa in maniera trasversale tutto il percorso storico di questa organizzazione criminale e non perché, come sostiene qualcuno, la Chiesa non abbia saputo prendere una posizione ferma contro gli uomini di Cosa Nostra, ma più verosimilmente perché il popolo mafioso ha una concezione assolutamente personalistica della religiosità. Se Dio ha dato dei comandamenti perché un boss dovrebbe essere da meno? Ed ecco che viene fuori il decalogo del perfetto mafioso.

Certo, non è stato scolpito in tavole d’argilla ( ma chi può dirlo?) e, soprattutto, il suo mancato rispetto non viene sicuramente condonato recitando i misteri del rosario. “Non ci si può appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie” recita uno dei precetti. E provocatoriamente verrebbe da aggiungere: “E i soldi del pizzo, del racket, delle estorsioni? Forse sono dovuti per concessione divina?” Un altro mafio-comandamento dice: “Ci si deve portare rispetto alla moglie”, eppure non mancano cronache che riportano scappatelle sentimentali di uomini di spicco dell’organizzazione. O forse, come sostiene qualcuno, “portare rispetto” non significa rinunciare alla congiunzione carnale con un'altra donna bensì risparmiare alla moglie ciò che di “lussurioso” si pretende dall’amante?

Ma regole o non regole, come acclarato da numerose ricerche sullo psichismo mafioso, gli uomini e le donne di Cosa Nostra non pensano di essere dalla parte del torto e solitamente non percepiscono il disvalore del vivere nell’illegalità: “Che Dio ci protegga nonostante tutto quello che dicono e fanno e ci conceda la grazia di poter vivere sotto la sua luce”, si legge in uno dei pizzini di Provenzano. Molti degli spietati assassini dell’organizzazione sono “addestrati” a citare i testi sacri, specie la Bibbia. In seguito alla cattura di Provenzano, ad esempio, gli esperti del Federal Bureau of Investigation (FBI) sono stati chiamati ad analizzare il testo sacro che il boss leggeva, sottolineava, citava ed utilizzava come vero e proprio codice di comunicazione.

Lo scorso anno un giornalista del Times ha dedicato un articolo al latitante Matteo Messina Denaro e alla sua capacità di destreggiarsi agevolmente fra i testi latini della Bibbia per scambiare messaggi cifrati con i suoi affiliati, al punto che gli investigatori si sarebbero rivolti al Vaticano per decriptare i messaggi del boss. Gli inquirenti hanno inoltre preso in esame, per cercare indizi nascosti sul sistema di comunicazione utilizzato dal latitante, anche tutti gli annunci che Messina Denaro, nel corso degli anni, avrebbe fatto pubblicare nella sezione necrologi di un noto quotidiano.

È evidente come la mafia di oggi non fermi il suo costante bisogno di comunicare al rullo di una vecchia macchina da scrivere in un fatiscente casolare fra le montagne corleonesi. I mafiosi sono consapevoli del potere che la cultura può dare: “Bisogna impegnarsi per portare a termine gli studi magari con qualche sacrificio: la laurea sarà meglio dell’eredità di un feudo”, così scriveva il padrino Provenzano in uno dei suoi messaggi. Già, perché farsi rappresentare quando si può scendere in campo, occupare posti di prestigio, seguire da vicino delicati iter burocratici che richiedono preparazione e conoscenza tecnica? E poi, nell’era di Internet, perché non farsi tentare anche dall’utilizzo della rete per nuovi incontri o per concedersi un po’ di svago?

I boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, secondo quanto avrebbero dichiarato alcuni pentiti del loro clan, amavano utilizzare il computer e non solo per fatti attinenti ai loro affari ma anche per giocare e chattare. In base alle testimonianze, Sandro Lo Piccolo pare frequentasse abitualmente chat room allacciando contatti con diverse ragazze. Il giovane, secondo quanto sarebbe emerso da lettere d’amore a lui indirizzate e ritrovate nella villa di Giardinello al momento della cattura, riscuoteva molto successo con le donne. E visto questo andazzo d’impronta tecnologica, chissà che il superlatitante Matteo Messina Denaro proprio adesso non sia in rete o stia intrattenendo una conversazione con Skype? Se un giorno avremo il piacere di vedere la fine della sua latitanza forse scopriremo anche i suoi gusti multimediali.