Criminologia

Vittime Innocenti

La violenza sulle donne spesso si presenta come un’azione rapida e decisa, premeditata, violenta e brutale, estremamente difficile da prevedere e da evitare; gli episodi di violenza irrompono nelle famiglie, fino ad un momento prima felici, nelle coppie innamorate, tra amici del cuore; la violenza colpisce rapidamente ed altrettanto rapidamente si eclissa, divenendo un dato che incrementa una fredda statistica che purtroppo, dimostra sempre di più l’impotenza sociale verso questo tipo di reato.

I dati raccolti dalla Polizia di Stato nei primi sei mesi del 2007 hanno evidenziato un grande numero di vittime (al femminile) di violenza: 57 sono state le donne assassinate, 141 sono le vittime di tentato omicidio, 10.383 quelle aggredite e 1.805 le vittime di stupri ed abusi.

 

I dati raccolti anche se evidenziano un grande numero di violenze, peraltro in continuo aumento, sono purtroppo da ritenersi dati parziali. La natura intima dei crimini trattati alimenta un numero oscuro ma elevato, di maltrattamenti: sono ancora molte le donne che oggi subiscono in silenzio abusi psicologici e fisici e che per le più diverse ragioni non riescono ad esternare la loro situazione.

 

Fra tutti questi numeri, che già di per sé evidenziano una situazione grave e difficilmente arginabile, ciò che maggiormente preoccupa è l’alta percentuale ( circa 80%) di quei reati che vedono coinvolte persone facenti parte della stretta cerchia familiare o amicale della vittima; i casi in cui l’aggressore sia un perfetto sconosciuto sono statisticamente molto pochi, anche se il risalto mediatico che ne viene dato è molto forte e fuorviante nella percezione. Ognuno di noi erroneamente ritiene che autori di questi crimini siano per lo più anonimi stranieri clandestini.

 

La grave piaga della violenza sulle donne non è un fenomeno esclusivamente italiano, pare infatti che in tutta Europa la causa più frequente di morte per le donne in età compresa tra i 15 ed i 60 anni sia da attribuire ad episodi di violenza. L’unione Europea, in più occasioni, ha sentenziato che la violenza contro le donne perpetrata da uomini è una questione grave, che trova il proprio fondamento nelle moderne strutture sociali, ancora troppo legate ad un antico retaggio che vede una netta divisione di genere.

 

Le donne vittime di azioni violente sono persone normali, che hanno una vita sociale intensa, che amano, che godono delle gioie degli affetti, come qualunque altra donna. Non vi sono differenze economiche, in egual maniera sono povere o ricche; anche l’aspetto fisico non è una condizione scriminante, tutte possono diventare vittime.

 

Un quadro tanto allarmante, ha indotto le forze politiche a ricercare nuove strategie di contrasto alla diffusione del problema, fornendo alle forze di polizia ed alla magistratura, nuovi strumenti nel tentativo di reprimere questa grave piaga sociale; tuttavia nonostante il grande sforzo eseguito si deve ammettere che, data la natura intrinseca delle azioni compiute contro le donne, rendono inutili ed inappropriate ogni attività di sicurezza e di prevenzione urbana.

 

Non tutti gli interventi politici sono stati nulli, l’introduzione ed il riconoscimento come reato delle molestie persecutorie (“STALKING”) [ per saperne di più vedere Salvadori Giancarlo, www.mentesociale.it ], prevedendo per chi lo commette una detenzione fino a 4 anni, (oltre alla possibilità di acquisire le registrazioni delle utenze telefoniche, spesso utilizzate per compiere le molestie, e di diffidare il reo) è un’innovazione importante nella tutela della sicurezza sia delle donne che degli uomini. Le molestie psicologiche, spesso sottovalutate da coloro che le subiscono, possono sfociare in atti ben più gravi. Le politiche di prevenzione attuabili all’interno dell’ambiente familiare sono davvero poche.

 

In realtà l’ambiente familiare  ed intimo che le mura domestiche ricreano, rende difficile attuare comportamenti preventivi, il focolare domestico è l’ambiente fisico ed emotivo che maggiormente trasmette sicurezza, nessuna donna si sente minacciata nella propria casa.

 

Di fronte a comportamenti insoliti, come una gelosia ingiustificata ed opprimente, il tentativo di isolarsi dal resto della società, un controllo esagerato sulla persona, piccoli atti violenti, come schiaffi o urla,  si tende a dare una giustificazione imputando la responsabilità al troppo sentimento o  a sé stessi  auto-colpevolizzandosi.

 

Spesso in casi eclatanti di violenza, apparentemente inspiegabili, si celano realtà molto diverse, con precedenti che già evidenziavano anomalie nel rapporto sociale.

 

Perché è così difficile ammettere di essere possibili vittime di uomini violenti?

 

Le ragioni che rendono difficile l’esternalizzazione di una situazione potenzialmente pericolosa sono diverse, prime fra tutte l’accettazione sociale, la famiglia di origine, lo stile genitoriale, i condizionamenti dei gruppi sociali primari nei quali si è inseriti, (come la scuola), la cultura e l’ecologia (ambiente circostante) nel quale l’individuo si sviluppa e cresce, ne modellano l’espressione originale ed il temperamento individuale condizionando l’adulto nei tratti temperamentali, che saranno sempre e solo quelli socialmente accettati. Nel caso delle violenze la tendenza è quella di mantenere segreta la realtà per paura del giudizio, per vergogna, oltre all’errata convinzione di non poter essere comprese, credute ed aiutate; la struttura sociale come detto, è ancora troppo divisa tra uomo e donna.

 

La seconda ragione è legata ad una necessità di elaborazione personale: accettare la realtà senza porre davanti ad essa filtri personali, senza trovare fantasiose giustificazioni agli eventi, comprendere di avere vicino un “mostro” significa ammettere di aver sbagliato, di aver riposto i propri sentimenti nei confronti della persona sbagliata.

 

La difficoltà nel prendere coscienza di una tale situazione sta nel fatto che spesso ci si sente colpevoli e responsabili di quanto accade, ritenendo di aver provocato in qualche modo le azioni violente del compagno, del parente o dell’amico.

 

Oltre a queste ragioni che possiamo definire personali, vi è un fattore esterno fortemente condizionante, legato ad un naturale bisogno emotivo di sicurezza necessario ad ognuno di noi per mantenere un sano equilibrio sociale.

 

La casa, intesa come luogo dell’intimità, viene aperto alle sole persone che non rappresentano per noi un pericolo; difficile immaginare una donna che spalanca le porte del proprio appartamento ad un estraneo in piena notte.

 

La nicchia emotiva, che la casa ricrea è lo spazio in cui l’individuo si realizza, lo spazio multidimensionale entro il quale egli è compreso, all’interno del quale si trovano solo persone che possono condividere con lui il suo spirito, la sua emotività.

 

Ogni azione compiuta all’interno della nicchia non può essere pericolosa, non può essere una minaccia, pertanto non vi è alcun motivo per innalzare quelle precauzione che ci condizionano fuori dal “nostro” spazio, magari sul lavoro, al supermercato o in un locale la sera.

 

Le violenze compiute all’interno della nostra sfera personale non vengono almeno inizialmente considerate in modo oggettivo, rimangono a volte per molto tempo, azioni “normali” con un senso concreto ed una ragione.

 

Ma chi uccide, chi aggredisce, chi violenta, come detto, per la maggior parte dei casi sono persone che hanno un legame con la vittima, sono spesso padri, figli, fidanzati, ex, mariti o semplicemente amici. Le donne uccise vengono spesso accoltellate, seviziate, stuprate, massacrate, gettate via, maltrattate come se diventassero degli oggetti privi di quell’anima che fino ad un istante prima le legava al loro aggressore.

 

Le armi utilizzate per infierire sulle vittime rispecchiano il profilo dei potenziali assassini, i quali scelgono sempre armi bianche, improprie ed improvvisate, come oggetti presenti nelle vicinanze dell’aggressione o proprie, come coltelli o bastoni, che permettono un continuo contatto fisico anche durante l’azione con la vittima, finanche alla morte.

 

Comprendere il perché un uomo possa essere tanto crudele con la persona che ama, non è compito facile, le ragioni che spingono individui apparentemente normali a compiere azioni tanto gravi sono molteplici, ma tutte trovano la propria origine, la causa scatenante, nel dominio, nell’ancestrale sentimento di possesso nei confronti della propria compagna, della propria madre, della propria amica; la convinzione intrinseca che amare significhi dominare, possedere.

 

A scatenare l’azione violenta è spesso il rifiuto posto dalla donna, rifiuto che può avere mille forme diverse, non deve necessariamente essere fisico, ma è sufficiente che ponga l’uomo nella condizione di perdere il controllo, di indurlo a pensare di non essere più colui che tiene le fila della vita della donna.

 

Studi compiuti in tutto il mondo hanno dimostrato che spesso la perdita di controllo da parte dell’uomo nei riguardi della donna, si scatena alla scoperta di una gravidanza, evento solitamente ritenuto gioioso.

 

Lo stato di smarrimento nel quale l’individuo si viene a trovare, scatena comportamenti aggressivi che possono in alcuni casi sfociare nella volontà di eliminare colei che si è permessa di ribellarsi Chiaramente non tutti gli uomini reagiscono violentemente ad un rifiuto; solitamente, in tempi non sospetti è possibile valutare la presenza di segni di una possibile perdita di controllo legata all’ipotesi di un rifiuto o perdita, anche solo simbolica, di controllo, credo sia fondamentale per tentare di invertire la tendenza di crescita di azioni violente, comprendere i segnali che vengono inviati ed attivare delle risposte immediate, cercando consigli in coloro che sono deputati a proteggere tutti i cittadini, smettendo di stringere i denti per “sopportare” comportamenti oppressivi, solo perché perpetrati da persone che si amano o che si sono amate.