Criminologia

Critica criminologica, mediazione penale e diritto penale minimo

La Criminologia critica è una corrente criminologia che si sviluppa intorno agli anni ’70, con l’intento di fornire una serie di considerazioni sulla politica criminale e sulle reazioni sociali alla devianza.

Questa corrente si pone come critica alla teorie classiche di tipo eziologico [1], mantenendo come riferimento la teoria marxista.Si tratta di un punto di vista di natura conflittuale (modello conflittuale) integrato ad un analisi marxista delle teorie dell’interazionismo simbolico di Mead, dell’ettichettamento, e dell’etnometodologia.

In Inghilterra si sviluppa la cosiddetta New Criminology ad opera di Chambliss e Seidmann, come prima esperienza di criminologia critica europea.

Un ulteriore critica al sistema teorico criminologico tradizionale avviene nel 1973 con Taylor Walton e Young. Si tratta per lo più di una critica politica e non di una vera e propria teorizzazzione criminologica. Questo punto di vista radical-marxista vede la società come un mondo utopistico in cui la devianza dei singoli o della società è percepita come espressione di diversità umana.

L’obiettivo della Nuova Criminologia è quello di proporre una economia politica dell’agire criminale e delle reazioni sociali partendo dallo studio e dall’analisi dei processi di costruzione della devianza a livello sociale. Vengono indicati quegli aspetti discriminanti nella costruzione ed applicazione delle norme e del sistema penale che di esse ne è conseguenza. Si tratta di una critica demolitoria dei paradigmi tradizionali e della funzione del criminologo.

In Italia la criminologia critica nasce intorno al 1975, soprattutto con la rivista “La questione criminale”. Fra i principali esponenti di questa corrente troviamo Baratta, Patarini e Melossi. Si ritiene che la criminalità sia correlata alla struttura sociale ed alle contraddizioni del sistema capitalistico, dove le regole rappresentano gli interessi solo di alcuni gruppi sociali.

Alla ricerca delle cause del crimine (eziologia) viene sostituita l’analisi dei processi di costruzione sociale della devianza. Ciò comporta una critica alla legislazione penale evidenziando i processi di criminalizzazione, o meglio quelli schemi di reazione sociale alla condotta deviante, ai fattori che la condizionano, la producano, o al rapporto fra reazione e struttura sociale.

Altre due correnti, successive alla criminologia critica, sono il realismo criminologico, l’abolizionismo ed il minimalismo.

La prima nasce intorno al 1984 (Matthews e Young), da una serie di riflessioni sulla criminalità, sulle sue origini, la sua natura ed il suo impatto sociale con lo scopo di fornire alcune risposte democratiche al problema della criminalità. Riflessioni che sono atte a valutare le conseguenze che la devianza ha sulla vita del singolo e dei gruppi considerati maggiormente a rischio.

L’abolizionismo, comincia ad emergere negli anni ’70, nasce dall’ idea di fondo che sia necessario eliminare il sistema penale, in quanto non assolve la sua funzione di prevenzione generale (prevenire) ne speciale (rieducare).

Queste non possono che essere considerate più che correnti di pensiero, in quanto mancano di una sistematica e metodologica elaborazione tipica della produzione teorica criminologia classica. Con l’avvio della giustizia riparativa, avvenuta negli anni ’80, si è iniziato a parlare concretamente di mediazione penale fra autori e vittime di reato. [2]

La corrente del minimalismo o diritto penale minimo, invece, nasce negli anni ’70 in un contesto giuridico sconvolto da provvedimenti d’urgenza per contrastare il terrorismo considerato come “criminalità pericolosa”.

Secondo Ferrajoli lo scopo primario del diritto penale è quello di prevenzione dei delitti e della reazione spontanea ed incontrollata della società nei confronti del reo.

Su di un piano politico viene proposto di eliminare la pena in quanto afflitiva perché crea sofferenza, inutile perché non serve a rieducare e criminogena in quanto crea incentiva la recidiva. Il diritto penale diviene minimo ma rimane comunque lo strumento di tutela dei più deboli dai più forti,  e mantiene la funzione sociale di controllo disciplinare; seppure in maniera alternativa e congiunta ad altre forme di controllo della devianza.


Bibliografia

Bertelli B. (2002) Devianza e vittimizzazione. Aritmedia. Trento

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[1] Le teorie eziologiche cercano di dare una spiegazione alla devianza. Si contrappongono alle teorie del controllo sociale, la cui funzione è quella di predisporre misure di politica criminale e prevenzione sociale.

[2] Metodologia già ampiamente diffusa nel mondo anglosassone ed applicata solo alla giustizia penale minorile nella realtà italiana.